Pierluigi Cappello

Chi cerca la luna è chiamato al rischio di cercarla … chi la cerca è esposto alla crisi e chi è in crisi, spesso, vede molto più in là di chi non lo è … io so che chi cerca la luna è il Chisciotte sbalzato dal ronzino a mordere la polvere, so che chi la cerca, deriso, ci porge sul palmo la parte soleggiata di noi stessi.

Pierluigi Cappello

PIERLUIGI CAPPELLO – UNA POESIA

infanzia
Risveglio

Ci si risveglia  un giorno e le cose sembrano le stesse
mentre invece dietro a noi si è aperto un vuoto
dopo che tutto è stato fatto per trattenere la vita
in mezzo a un panorama di pietre sparse e tegole rotte.
Allora uno mette il dentifricio sullo spazzolino
mescola lo zucchero al caffè
con l'attenzione che aveva da scolaro
quando ritagliava dalla carta
file di bambini che si tengono per mano,
piccoli pesci che baciano l'aria.

              da Mandate a dire all'imperatore, Crocetti Editore, 2010

SECONDO APPUNTAMENTO LAGO VERDE SABATO 15 MAGGIO

 Sabato 15 maggio
Monasterolo del Castello, Aula magna della Scuola primaria Gardoni Lancetti ore 10.00
 
Poesia scritta con la matita
 
Ivan Fedeli e Corrado Benigni incontrano
Pierluigi Cappello
Vincitore premio  speciale della giuria de Il lago verde 2010
 
ore 11.00
 
Vivere per addizione
 
Gabrio Vitali e Laura Peters incontrano
CarmineAbate
 
ore 15.00
 
Us de ruch (Voci di ronco)
 
Franco Loi incontra Maurizio Noris
 
ore 16.30
 
Letture di: Nadia Agustoni, Ivano Cogo, Fabio Franzin,
Piero Marelli, Francesco Vittorino.
 
I vincitori del premio Il lago verde 2010 leggono le loro poesie
per concorrere ai superpremi delle giurie popolare e tecnica.
 
ore 18.00
 
Votazioni della giuria popolare e della giuria tecnica
 
Coordina tutti gli incontri
Anna Pezzica, Presidente della giuria popolare
 
ore 21.00
Omaggio conviviale a Franco Loi per il suo ottantesimo compleanno.
 
 
ATTENZIONE: per partecipare alle votazioni del superpremio è tassativo iscriversi, anche telefonicamente, alla Giuria Popolare entro le ore 20.00 di venerdì 14 maggio e firmare, sull’elenco all’ingresso, la presenza alle manifestazioni del Lago Verde entro le ore 10.00 di sabato 15 maggio, ritirando l’Antologia con i testi dei cinque poeti finalisti.
Non sono ammesse deroghe. (tel. 035 812672

PREMIO SPECIALE GIURIA IL LAGO VERDE 2010

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PIERLUIGI CAPPELLO – PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA DE IL LAGO VERDE 2010

I vostri nomi
 
Ieri sono passato a trovarti, papà,
la luce in questi giorni non è tagliata dall’ombra
negli alberi senza vento c’è l’odore secco dell’aria
per come posso, ti ho portato il racconto dei temporali,
l’odore di inverno sulle tempie
a Chiusaforte è nevicato, nevica sempre
e le fontane sono ghiacciate
penso, per qualche momento, che tu sia ancora lassù
ad accatastare legna con cura                                        
e non in luoghi come questi
la casa di riposo con la pista per le bocce
dove state raccolti come le foglie nel parco
uniti nell’attesa, lontani dalle città assediate.
e non in luoghi come questi
 
Dicevate domani, dicevate questo è il figlio
e con il silenzio del fischio nella bufera
i vostri nomi sono andati via
voi che siete stati popolo e ombra
remissione e forza
il tuo nome, papà, e quello di Bruno, che non era un’antilope
e tirava sassate al pettirosso sul ramo più alto
o quello di Giordano, o quello di Cesare, o quello di Alfredo, l’artigliere
o quello di quelli che, come te, sono stati bambini
che hanno detto domani.
 
E adesso non è troppo dire
quanto poche sono le foglie cadute
sui giorni di novembre
per dire cos’è l’inverno negli occhi mentre viene
tutto il poco possibile è qui,
nei vostri corpi piegati come l’ulivo
sulle vostre facce di monete graffiate
in questo spazio, in questo tempo confusi
come il cielo e la terra quando nevica,
e se c’è un’uscita, papà, anche se non posso dire domani,
la sua luce sulla soglia
è questo stare dei tuoi occhi dentro i miei
questo pensarvi vivi, liberi e scalzi
le tasche piene di sassi, la memoria di voi
che trema in noi
come una stella incoronata di buio.

PIERLUIGI CAPPELLO

Georgia O

                       Georgia O’ Keeffe – pinons with cedar (date unknown)

La poesia di Pierluigi Cappello nasce, come dice l’autore stesso, da una “resistenza” ; ed è resistenza a un qualcosa che ci chiama da paesaggi  non svelati del nostro essere. E questo opporsi strenuo, nel momento in cui cede all’urgenza del dire,  carica di tutto il significato e il pathos la parola, densa di quanto ha abitato prima, nel silenzio.
 Là dove muove “una nuvola con il berretto e ”la meraviglia del bambino che dice che ha volato”, (la maravee dal frut / ch’al dis ch’al à svolta), questo bambino che va leggero “senza inizio o pensiero di fine”. Il luogo incontaminato, lieve, dell’infanzia torna con insistenza nei versi di Cappello, come un’isola felice e perduta.
    Il “ ..ripartire, con per sentiero l’anima, che è vivaio di versi, amaro amaro amaro” (E po torna a parti // cu l’anime par troi / ch’al è vivar di viers / amar amar amar) e “sei qui non parti non ritorni attendi / di partire, pierluigi, o di tornare…”
 In “Assetto di volo” la parola non si predispone al volo, ma lo compie lungo una traiettoria morbida di discese e ascensioni, in un’atmosfera malinconica, eppure vitale e mai rassegnata, vigile. Con l’attenzione lucida e disincantata, a tratti tenera, di chi osserva le cose della vita come se stesse sfiorandole con le dita.
   Anche le parole usate danno il senso di questa leggerezza : le nuvole, il sole, l’aria, i fogli. La riflessione è spesso amara, ma mai disperata:  “Fuori il sole / è fiorito sui rami, sorridente / fra me che scrivo e la parola niente ” e“azzurri che depongono / la loro azzurra dolcezza”. Il dolore non è esibito, ma quasi cullato, con un’ accettazione ferma, virile.
   Cappello è un poeta che emoziona e coinvolge nella restituzione di una parola che è dono a chi sa ascoltare e in questo ascolto si riconosce. E si riconosce meno solo. Nonostante le nebbie, l’amarezza, il vuoto.
Con la resistenza del passo, in cammino.
‘”Io? Io vado scalzo verso inniò”, i suoi occhi il celeste, pitturato da un bambino”.
 
 
Assetto di volo, Crocetti 2006
 
da La misura dell’erba
 
 
Un foglio
 
Questo foglio. Battuto per tre quarti
dalla luce. Nella sua luce cresca
l’incerto zampettio della parole.
 
——
 
Abbiamo letto millenni quaerendo
invenietis cercando troverete
molto cercando, molto anche morendo
e secolo o non secolo segrete
sussurrano le voci in mezzo ai libri.
Ma d’ansia d’emendarci sulle pagine
a chi, se non a noi, brucia la brace?
 
 
Di Saint – Exupéry
 
                            a Daniele Del Giudice
 
Forse era l’indole cupa dei tempi
o forse dei tempi aveva concorde
il lungo spigare dell’alba., Antoine
pilota: ma come i pochi discorde
dei pochi non so se, muto, fumasse
arse Gauloises d’attesa o solitario
agli altri come a se stesso stimasse
il lento superfluire dell’ora.
Antoine, che era soldato, staccò l’ombra
da terra a luglio, lasciando sull’erba
se stesso e un acre sapore di fulmine:
qualcuno, perplesso, forse lo vide
farsi nera incrunatura nel cielo
e sparire, dimenticarsi in esso.
 
 
Al sole
 
Com’è franco e come sta aperto il sole
sulle virgole di queste lucertole
e come come loro ora mi attardo
pulito e netto come un minerale
a fare breccia di me stesso e muro
o piolo dopo piolo a scavalcare
il luogo dove, t’assicuro, si alzano
le nuvole degli alberi turgenti
e un’ape e la corolla e al sole il rame
che vi gioca e sospinto dentro il sole
io uomo vivo,. un organismo dove
un dio precipitò tutta la terra
la terra allontanò tutto quel dio;
sei qui non parti non ritorni attendi
di partire, Pierluigi, o di tornare
e più che ritorni più che partenze
queste attese carinamente al sole
lo sapevi anche tu, che sono amare.
 
Elementare
 
E c’è che vorrei il cielo elementare
azzurro come i mari degli atlanti
la tersità di un indice che dica
questa è la terra, il blu che vedi è mare.
 
 
Attieniti alla misura dell’erba
di questo prato che è largo
quanto si stende di verde
è qui che sei approdato, adesso;
ti sei svegliato
hai inforcato gli occhiali
hai calzato le scarpe
hai camminato, perfino:
per questo è plausibile
che ogni soffio di brezza
sia un bacio di Armida
che il prato sorrida
com’è scritto nei libri
 
—–
 
La parte soleggiata di noi stessi
non somiglia a questo prato d’agosto
che vedi
somiglia piuttosto a una pietra
che il tempo abbia sepolta
nel fondo profondo di noi
oppure sta come un’isola
e noi siamo sponda
ma sempre al di qua di quell’isola
dove io si dice per dire
- per essere – noi.
—–
Nota: L’intensissima sezione Amors , estratto di poesie tratte dall’omonimo libro, non viene qui pubblicata per problemi di grafica delle parole nel dialetto friulano. Rimando chi interessato a leggere queste davvero imperdibili poesie al libro “Assetto di volo”. Di seguito
due poesie nella traduzione in lingua.
 
“Io faccio fatica per fare tutto, fatica a vestirmi, Donzel, fatica a mangiare, fatica a dormire e per fare l’amore, fatica a guardare la brina a febbraio come fosse la prima fiorita erba d’aprile, fatica a dimenticare che di noi resterà un levarsi nel buio senza fatica un posarsi nel buio, col niente davanti, senza aver niente dietro.”
 
                                      —–
 
“La tua mano, lasciala andare sulla mia pelle, vieni vicino, ché il bene che nasce vedendoti, vedendoti cresce nello smalto dei tuoi occhi, nel cuore dei miei occhi, amore, vieni qui, sebbene umore, amore, non so cosa confonda, i capelli che ti pettinano l’arco della schiena nuda come la verità senza vergogna o l’esserti qui, vita in vita che si arroventa in vita, testa con testa, capello con capello, carne sangue seme per te maturata d’amore col maturare della luna, cresciuta in me per maturare l’amore; vieni qui, che io vorrei per te la parola più alta, alta in questo maltempo d’inverno come il primo grido della primavera cruda, ma tu vieni qui lo stesso, la verità è dentro i bambini, carne che arde.”
 
 
da Dentro Gerico
 
Notturno
 
A così breve distanza di me
asse e buio della mia gravitazione
faccio irruzione nella mente di chi sono
celebrando l’ascensione del sonno:
ecco la terra persa, notte
vento d’estate vieni
vento che mi sottrai e imporpori
e viene un notturno che si depone
come il palmo di un padre
ma dove vai ma dove
ma ‘ndolà vastu, ce fastu, tu, garibaldin
tu così qualunque
avevi dieci anni leggeri
vele mosse dalla medesima brezza
avevi due mani un faccino
dieci dita per contare gli anni
e tutto un suolo, piumato di freschezza;
avevi di te
quanto bastava di te.
 
 
Casa di riposo, primo piano
 
Per quanto staranno così
separati dalla propria armonia
note volate via
dallo stesso spartito,
per quanto vivranno così,
le nuche sulla federa sudata
il silenzio negli occhi
lo strepito delle mani accasciate
c’è tanto silenzio qui, padre
la vita si alza in silenzio, qui, padre
respira salendo verso le tenebre
lo sforzo di un tronco strozzato dall’edera
e fuori sciama e chiama la gioventù fogliante
primavera mia
che ci sono finestre dove il sole
si affaccia come non desiderato
e azzurri che depongono
la loro azzurra dolcezza;
la speranza è nel gesto, papà,
senza radice e puro
dalla tua mano alla mia
dalla mia mano alla tua
lo splendore di un frutto maturo
 
 
da Dittico
 
Assetto di volo
 
                       a Gino Lorio, in memoria
 
Con lui venivano una determinazione feroce
dalla camera alla palestra
i cento metri percorsi in cinque minuti,
con una tensione di motore imballato
tutta la forza del suo corpo spastico
ribellata alla forza di gravità.
 
Sant’Agostino diceva che perfezione
è la carne che si fa spirito, lo spirito che si fa carne
ma non è vero: ogni mattina i puntali delle stampelle
scivolano metro a metro per guadagnarne cento
ogni mattina lo spirito è tagliato via da quel corpo,
dalle suole strascicanti e dalle nocche strette,
bianche sulle impugnature,
ogni mattina dal dorso di lottatore
si stacca un collo di tendini tesi e redini allentate
un urlo chiuso nella sua profondità,
perfetto nella sua separazione.
 
E io vi vedo una bellezza di cimieri abbattuti
e dentro la parola andare la parola compimento
e sono sicuro che lui sogna baci pieni di vento
mentre la volontà conquista le giornate a morsi,
schiaffo dopo schiaffo perché venga la sera
 
schiaffo dopo schiaffo, chiglia in piena bufera.
 
Ci vuole un’estate piena e un padre calmo,
un dio non assiso in mezzo agli sconfitti
ma così in tutta bellezza lo posso immaginare
come un bambino alle prime pedalate,
reggilo, eccolo, tienilo così – adesso tiene
uniti la terra e il cielo dell’estate
non sbanda più, vince, è in equilibrio,
vola via.
                       
Luglio 2003