Franca Mancinelli – L’azzurro torna

Franca Mancinelli

…Franca riesce a sfumare la complessità delle vicende nei suoi versi che si snodano
e annodano con  ritorni  di fiamma, e con sentori brucianti, vene bruciate. Si sente
quando un poeta non esita a osare qualcosa di più che giorni tutti uguali, quasi
accidentalmente tradotti sulla pagina.
  Elio Grasso
 
cucchiaio nel sonno, il corpo
raccoglie la notte. Si alzano sciami
sepolti nel petto, stendono ali.
Quanti animali migrano in noi
passandoci il cuore, sostando
nella piega dell’anca, sul ramo
di una costola; quanti
vorrebbero non essere noi,
non restare impigliati tra i nostri
contorni di umani.

 

***
lasci la pelle sul lenzuolo
come una biscia al cambio di stagione
e un sacchetto di semi
per il deserto che sta arrivando
oltre le reti, le dighe
colme senza rimedio.
Dovrai seppellirti
tornare calda radice.

 

***

 

padre e madre caduti
frutti che non potevano
marcirmi attaccati
mentre nudo imparavo
a reggere il cielo
come un uccello sul dorso, lasciando
campi e case affondare.
L’azzurro torna
a coprire la terra. Trattengo
nel becco il ricordo,
il seme che sono stati.

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MALA KRUNA – FRANCA MANCINELLI

Mala kruna
 da Mala kruna, Piero Manni, 2007
 
 
 
all’orizzonte un mare diverso
fermava il sangue sotto le unghie;
madre nera nell’isola
ti venne a fianco e ti disse del vento,
un cattivo tempo che non faceva
partire le barche;
poi fissò un punto sul muro
lungo la strada iniziava una festa
 
mala kruna, disse
piccola corona di spine.
 
                                                       
 
smetto di piangere solo
quando il motore è acceso:
le immagini scorrono, chiudo gli occhi
nel sedile dietro mentre guidi
sulle strade in collina dove il cielo
traspare dalle foglie.
Non farti accorgere, non dirmelo
che la fuga s’è chiusa in un cerchio,
non darmi questo mondo fermo
di cose intonacate e appese
se mi abbracci non posso
dare la guancia al buio, ti chiedo
lasciami come un gatto lontano
alla svolta, sul ciglio di una strada
dove s’aprono valli
di viti e ulivi e non trovo la casa.
 
*

non è questa l’ora del treno, resta
apri gli occhi all’ombra ondulata d’oro
i rami del glicine, le persiane
 
e ora chiudili di  nuovo
è una ferita accorgersi che siamo
due dita di una stessa mano
 
siamo un ponte sull’acqua e il suo riflesso
cerchio intero di una falce di luna.
 
*
 
anche quando è la scure che ci abbatte
l’uno sull’altro per la sua catasta
o quando in una piazza ci sfioriamo
le lingue come gambi senza fiore
siamo uniti e intrecciati con pazienza,
un canestro che dondola alle dita.
 
*
 
il passo sui binari del suicida 
svuota le bocche e spezza
le redini di affetti incontrollati. 
Ora l’infante potrà camminare                    
con l’equilibrio che porta le braccia  
a sollevarsi inermi dalla terra.
È un giorno strabico, e le persone                
s’affacciano sul proprio sangue fermo          
chiedendo dove sbuca la corrente
che spinge rossa e perfora gli occhi.             
L’obitorio è un lago calmo: le barche
ovali come il seme di una donna,
la carne dove dorme sempre un figlio.    
 
*
 
trapassano le date, si spengono
tizzoni nel cielo freddo, e tutti
s’affrettano a coprire la paura
cercando di respirare in coro
al ritmo della specie. Tu soltanto
tra le coperte leggi e t’addormenti.
 
*
 
guardo il buio con queste
corde che si muovono, e ascolto
la nave luminosa che si ferma.
Prenoto e annuncio ancora il mio partire:
oltre la grata della porta il vuoto
s’alza come una torre; e un altro
vicino a me è ancorato
e si sbriciola in passi sulla strada. E io non so
se salgano o scendano le corde
da questo pianerottolo, ma vedo:
l’immagine di me che si spazienta
entrare con i piedi su una terra
morbida e pestata molte volte.