
da Mala kruna, Piero Manni, 2007
all’orizzonte un mare diverso
fermava il sangue sotto le unghie;
madre nera nell’isola
ti venne a fianco e ti disse del vento,
un cattivo tempo che non faceva
partire le barche;
poi fissò un punto sul muro
lungo la strada iniziava una festa
mala kruna, disse
piccola corona di spine.
smetto di piangere solo
quando il motore è acceso:
le immagini scorrono, chiudo gli occhi
nel sedile dietro mentre guidi
sulle strade in collina dove il cielo
traspare dalle foglie.
Non farti accorgere, non dirmelo
che la fuga s’è chiusa in un cerchio,
non darmi questo mondo fermo
di cose intonacate e appese
se mi abbracci non posso
dare la guancia al buio, ti chiedo
lasciami come un gatto lontano
alla svolta, sul ciglio di una strada
dove s’aprono valli
di viti e ulivi e non trovo la casa.
*
non è questa l’ora del treno, resta
apri gli occhi all’ombra ondulata d’oro
i rami del glicine, le persiane
e ora chiudili di nuovo
è una ferita accorgersi che siamo
due dita di una stessa mano
siamo un ponte sull’acqua e il suo riflesso
cerchio intero di una falce di luna.
*
anche quando è la scure che ci abbatte
l’uno sull’altro per la sua catasta
o quando in una piazza ci sfioriamo
le lingue come gambi senza fiore
siamo uniti e intrecciati con pazienza,
un canestro che dondola alle dita.
*
il passo sui binari del suicida
svuota le bocche e spezza
le redini di affetti incontrollati.
Ora l’infante potrà camminare
con l’equilibrio che porta le braccia
a sollevarsi inermi dalla terra.
È un giorno strabico, e le persone
s’affacciano sul proprio sangue fermo
chiedendo dove sbuca la corrente
che spinge rossa e perfora gli occhi.
L’obitorio è un lago calmo: le barche
ovali come il seme di una donna,
la carne dove dorme sempre un figlio.
*
trapassano le date, si spengono
tizzoni nel cielo freddo, e tutti
s’affrettano a coprire la paura
cercando di respirare in coro
al ritmo della specie. Tu soltanto
tra le coperte leggi e t’addormenti.
*
guardo il buio con queste
corde che si muovono, e ascolto
la nave luminosa che si ferma.
Prenoto e annuncio ancora il mio partire:
oltre la grata della porta il vuoto
s’alza come una torre; e un altro
vicino a me è ancorato
e si sbriciola in passi sulla strada. E io non so
se salgano o scendano le corde
da questo pianerottolo, ma vedo:
l’immagine di me che si spazienta
entrare con i piedi su una terra
morbida e pestata molte volte.