Pier Mario Vello su Minime da una fine, CFR, 2013

Ripropongo parte dell’accuratissima e sentita disanima di Pier Mario Vello, il cui ricordo è sempre presente e caro,  a Minime da una fine,
CFR 2013.

(Il testo completo al link note critiche)                                                                                                                                                            copertinaintera (1)

 

 

 

 

 

Pier Mario Vello su “Minime da una fine”

“Minime da una fine” è una plaquette complessa e profonda per molti aspetti, del resto com’era prevedibile aspettarsi da un’autrice di così polimorfo spessore come Liliana Zinetti, il cui dettato poetico, preciso quanto essenziale, è anche implacabile e ampio nel sondare il dramma umano. Dramma che è disegnato poeticamente sia nella sua visibilità esistenziale quotidiana che nella sua cifra metafisica e assoluta. Ma procediamo con ordine.
Edito nel 2013 da CFR nella collana “Ibrida”, il testo è complesso per molti motivi. Innanzi tutto non è un testo solo poetico, perché a esso si alternano le immagini fotografiche di Viviana Nicodemo, attrice e fotografa milanese, con alle spalle un’esperienza consolidata nelle arti performative e visive. Un testo, dunque, tutto al femminile. E già questo sarebbe di per sé molto interessante nella produzione letteraria italiana. Ma di più: la collaborazione di testo e immagini fa sì che poesia e fotografia s’intreccino con un ritmo e una coerenza assoluti, ad enfatizzare la dimensione duplice del messaggio drammatico. Immagine e lettera stanno faccia a faccia e si rinforzano reciprocamente. Sensibilità e simbolico coesistono. Così come, sul piano della poetica fondativa di Liliana Zinetti, sono in perfetta simbiosi la riflessione universale sul dramma del mondo e la percezione delle cose particolari che lo agiscono.
L’effetto finale è quello di un rimbalzo continuo tra oggetti e pen-siero, tra particolare e universale, tra simbolico e oggettuale, tra quotidiano e sovra-storico, in un’insistente allusione drammatica prodotta dagli oggetti, ripresi nelle immagini in bianco e nero
affiancate al testo, allusione a un loro significato posto oltre se stessi e a una loro dimensione dolorosa e quasi assolutizzata. Per contro, è leggibile anche un flusso inverso e perfettamente sovrapponibile, che va dal testo e dall’assolutezza simbolica che è contenuta nella parola verso il concreto, il reale, l’immediato e il particolare. Non a caso, questa simbiosi trova la sua massima espressione in quelle fotografie di Viviana Nicodemo in cui sono proprio i dettagli e i particolari di vita quotidiana, gli oggetti banali e quasi privi di personalità, a essere protagonisti della scena, ripresi quasi in un secondo piano, sghembi, in campi lunghi, di striscio. Insomma una vista parziale che li relega a particolarità, che ne esalta il loro status inferiore di marginalia, eppure proprio per questo ne esalta paradossalmente la loro dimensione misteriosa e metafisica: cucchiaini nel lavandino, carte stracce, una tazza sporca di caffè, particolari del corpo umano, stanze vuote riprese con luce radente, corpi umani che le abitano e nell’abitarle si fanno quasi parte di quella luce obliqua.