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Estratto dalla rivista A+L n. 10 autunno 2007

Wislawa Szymborska

di Corrado Benigni

«Il savoir-vivre cosmico/ benché taccia sul nostro conto,/ tuttavia esige qualcosa da noi:/ un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal/ e una partecipazione stupita a questo gioco/ con regole ignote».
Per quale motivo, ogni volta che leggiamo le poesie di Wislawa Szymborska, premio Nobel nel 1996, abbiamo l’impressione di trovarci di fronte alla grande letteratura, quella che può avere un peso reale nella vita di chi legge, che contiene i germi del cambiamento e delle risposte di cui ognuno va in cerca?
Forse il perché sta proprio in questi versi della poesia “Disattenzione” contenuta nella raccolta Due punti (Adelphi). Un invito sottile quanto rigoroso ad aprire gli occhi sulla realtà, a prendere coscienza dei limiti del nostro esistere, ma anche della profondità indicibile del nostro destino. E soprattutto un monito a evitare il più possibile la “disattenzione”, perché noi viviamo «fin dalla nascita in corpi da commiato», come dice la stessa autrice in un suo bellissimo verso. Così la coscienza del reale, in questa poesia, è anche coscienza del tempo che è dato e coscienza della morte. Sì, la morte, tema centrale nell’opera della Szymborska. Il suo sguardo sulla caducità sembra essere in realtà un richiamo ad una umanità che non vuole rendersi conto di vivere una vita con «sorti già decise» e che, a fronte di una fine sicura, non capisce che la vita è formata da «piccole eternità piene di pallottole in volo» e che occorre aprire gli occhi su ogni piccola realtà in ogni istante dell’esistenza per svelare il mistero di questa certa e ineludibile finitezza dell’uomo.
Ispirata da Descartes, da Pascal e da Montaigne, la Szymborska evita, tuttavia, il coinvolgimento diretto e segue l’anti-sapere, l’agnosticismo, il dubbio. Riflessione morale e lirismo si combinano nei suoi versi in un tono di sorridente riflessività. Nessun credo, tuttavia, neppure negativo. La sua immaginazione, pur ricchissima, è di impianto realistico; qui la realtà non è specchio della psicologia, ma è, per quanto imprendibilmente, se stessa. Il più visibile pregio di questa poesia è la fluidità, la capacità di descriverci l’esistenza nella sua ruvida concretezza parlandoci con una lingua semplice, colloquiale e ironica. La frase riesce chiara, ma densa come un aforisma filosofico.
Oggi la Szymborska – che è nata nel 1923 in Polonia, dove vive – è una scrittrice di culto, conosciuta in tutto il mondo anche se resta un personaggio schivo e riservato, preferendo la sordina del poeta «in silenzio, in attesa di se stesso, davanti a un foglio di carta non scritto».
Ogni volta i suoi libri vendono migliaia di copie, riuscendo a mettere d’accordo pubblico e critica, fenomeno abbastanza inconsueto per un genere letterario come quello della poesia. Anche la sua ultima raccolta, Due punti, apparsa nelle librerie polacche nel 2003 – e che segue Attimo (2002) e La fine e l’inizio (1993) – ha già avuto in Italia numerose ristampe. Forse come spiega nella nota Pietro Marchesani, ottimo traduttore della poesia della Szymborska, tutto ciò è da ricondursi al fatto che: «leggendo questi versi si ha la sensazione che la poetessa polacca non stia parlando in generale, ma che si rivolga proprio a te – singolo lettore -, che ti stia parlando della tua vita e della tua morte, che sappia dare forma alle tue personali intuizioni, sensazioni, paure». Come solo la grande poesia, in fondo, riesce a fare.

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Wislawa Szymborska

 

Wislawa Szymborska

Estratto dal discorso tenuto in occasione del conferimento dl Premio Nobel

………..
Le cose vanno assai peggio per i poeti. Il loro lavoro non è per nulla fotogenico. Una persona seduta al tavolino o sdraiata sul divano fissa con lo sguardo immobile la parete o il soffitto, di tanto in tanto scrive sette versi, dopo un quarto d’ora ne cancella uno, e passa un’altra ora in cui non accade nulla…Quale spettatore riuscirebbe a reggere un simile spettacolo?
Ho menzionato l’ispirazione. Alla domanda su cosa essa sia, ammesso che esista, i poeti contemporanei danno risposte evasive. Non perché non abbiano mai sentito il beneficio di tale impulso interiore. Il motivo è un altro. Non è facile spiegare a qualcuno qualcosa che noi stessi non capiamo.
Anch’io talvolta, di fronte a questa domanda, eludo la sostanza della cosa. Ma rispondo così: l’ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C’è, c’è stato e sempre ci sarà un gruppo di individui visitati dall’ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Ci sono medici siffatti, ci sono pedagoghi siffatti, ci sono giardinieri siffatti e ancora un centinaio di altre professioni. Il loro lavoro può costituire un’incessante avventura, se solo sanno scorgere in esso sfide sempre nuove. Malgrado le difficoltà e le sconfitte, la loro curiosità non viene meno. Da ogni nuovo problema risolto scaturisce per loro un profluvio di nuovi interrogativi. L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante << non so >>.

Di persone così non ce ne sono molte. La maggioranza degli abitanti di questa terra lavora per procurarsi da vivere, lavora perché deve. Non sono essi a scegliersi il lavoro per passione, sono le circostanze della vita che scelgono per loro. Un lavoro non amato, un lavoro che annoia, apprezzato solo perché comunque non a tutti accessibile, è una delle più grandi sventure umane. E nulla lascia presagire che i prossimi secoli apporteranno in questo campo un qualche felice cambiamento.
Posso dire pertanto che se è vero che tolgo ai poeti il monopolio dell’ispirazione, li colloco comunque nel ristretto gruppo degli eletti dalla sorte.
A questo punto possono sorgere dei dubbi in chi mi ascolta. Allora anche carnefici, dittatori, fanatici, demagoghi in lotta per il potere con l’aiuto di qualche slogan, purché gridato forte, amano il proprio lavoro e lo svolgono altresì con zelante inventiva. D’accordo, loro <<sanno>>. Sanno, e ciò che sanno gli basta una volta per tutte. Non provano curiosità per nient’altro, perché ciò potrebbe indebolire la forza dei loro argomenti. E ogni sapere da cui non scaturiscono nuove domande, diventa in breve morto, perde la temperatura che favorisce la vita. Nei casi più estremi, come ben ci insegna la storia antica e contemporanea, può addirittura essere un pericolo mortale per la società.
Per questo apprezzo tanto due piccole paroline: <<non so>>. Piccole, ma alate. Parole che estendono la nostra vita in territori che si trovano in noi stessi e in territori in cui è sospesa la nostra minuta Terra. Se Isaak Newton non si fosse detto <<non so>>, le mele del giardino sarebbero potute cadere davanti ai suoi occhi come grandine e lui, nel migliore dei casi, si sarebbe chinato a raccoglierle, mangiandole con gusto. Se la mia connazionale Maria Sklodowska Curie non si fosse detta <<non so>>, sarebbe sicuramente diventata insegnante di chimica per un convitto di signorine di buona famiglia, e avrebbe trascorso la vita svolgendo questa attività, peraltro onesta. Ma si ripeteva <<non so>> e proprio queste parole la condussero, e per due volte, a Stoccolma, dove vengono insignite del premio Nobel le persone di animo inquieto ed eternamente alla ricerca.
Anche il poeta, se è un vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso <<non so>>. Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma non appena ha finito di scrivere già lo invade il dubbio e comincia a rendersi conto che si tratta di una risposta provvisoria e del tutto insufficiente. Perciò prova ancora una volta e un’altra ancora, finché gli storici della letteratura non legheranno insieme con un grande fermaglio queste successive prove della sua insoddisfazione di sé, chiamandole <<patrimonio artistico>>…

………………

Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte a esso, amareggiati dalla sua indifferenza alle sofferenze individuali (di uomini, animali, e forse piante, perché chi ci dà la certezza che le piante siano esenti dalla sofferenza?), qualunque cosa noi pensiamo dei suoi spazi trapassati dalle radiazioni delle stelle, stelle intorno a cui si sono già cominciati a scoprire pianeti (già morti? ancora morti?), qualunque cosa pensiamo di questo smisurato teatro, per cui abbiamo sì il biglietto d’ingresso, ma con una validità ridicolmente breve, limitata da due date categoriche, qualunque cosa ancora noi pensassimo di questo mondo – esso è stupefacente.
Ma nella definizione <<stupefacente>> si cela una sorta di tranello logico. Dopotutto ci stupisce ciò che si discosta da una qualche norma nota e generalmente accettata, da una qualche ovvietà alla quale siamo abituati. Ebbene, un simile mondo ovvio non esiste affatto. Il nostro stupore esiste per se stesso e non deriva da nessun paragone con alcunché.
D’accordo, nel parlare comune, che non riflette su ogni parola, tutti usiamo i termini: <<mondo normale>>, <<vita normale>>, <<normale corso delle cose>>… Tuttavia nel linguaggio della poesia, in cui ogni parola ha un peso, non c’è nulla di ordinario e normale.
Nessuna pietra e nessuna nuvola su di essa. Nessun giorno e nessuna notte che lo segue.
E soprattutto nessuna esistenza di nessuno in questo mondo.
A quanto pare, i poeti avranno sempre molto da fare.

7 dicembre 1996

Utopia

Isola dove tutto si chiarisce.
Qui ci si può fondare su prove.
L’unica strada è quella d’accesso.
Gli arbusti fin si piegano sotto le risposte.
Qui cresce l’albero della Giusta Ipotesi
con rami districati da sempre.
Di abbagliante linearità è l’albero del Senno
presso la fonte detta Ah Dunque E’ Così.
Più ti addentri nel bosco, più si allarga
la Valle dell’Evidenza.
Se sorge un dubbio, il vento lo disperde.
L’eco prende la parola senza che la si desti
e chiarisce volenterosa i misteri dei mondi.
A destra una grotta in cui giace il senso.
A sinistra il lago della Profonda Convinzione.
Dal fondo si stacca la verità e lieve viene a galla.
Domina sulla valle la Certezza Incrollabile.
Dalla sua cima si spazia sull’Essenza delle Cose.
Malgrado le sue attrattive, l’isola è deserta,
e le tenui orme visibili sulle rive
sono tutte dirette verso il mare.
Come se da qui si andasse soltanto via,
immergendosi irrevocabilmente nell’abisso.

Nella vita inconcepibile.

La cipolla

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.

La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.

da Vista con granello di sabbia

Lo chiamiamo granello di sabbia.
Ma lui non chiama se stesso né granello né sabbia.
Fa a meno di un nome
generale, individuale,
permanente, temporaneo,
scorretto o corretto.

Del nostro sguardo e tocco non gli importa.
Non si sente guardato e toccato.
E che sia caduto sul davanzale
è solo un’avventura nostra, non sua.
Per lui è come cadere su una cosa qualunque,
senza la certezza di essere già caduto
o di cadere ancora.

……………..

Da: Vista con granello di sabbia , poesie 1957-1993   Wislawa Szymborska
Adelphi Edizioni 1998 – a cura di Pietro Marchesani

 

 

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Quando – Alberto Casiraghy Book Editore

 A. Casiraghy - Quando                                                          

Scrivo aforismi

perchè amo gli abissi di poche parole

***

Non tutto ciò che si vede

è altro

***

Gli abbagli sono l’inferno

delle allodole

***

Il silenzio

è un punto fermo

che ascolta

***

Quando le foglie diventano occhi

il bosco riposa

***

Prediligo solo frutti con l’anima

***

Chi ti promette libri nel deserto

è perchè ha molta sete

 

 

 

 

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Niente è paragonabile. Esiste forse cosa

che non sia del tutto sola con se stessa e indicibile?

Invano diamo nomi, solo è dato accettare

e accordarci che forse qua un lampo, là uno sguardo

ci abbia sfiorato, come

se proprio in questo consistesse vivere

la nostra vita. Chi si oppone perde

la sua parte di mondo. E chi troppo comprende

manca l’incontro con l’Eterno. A volte

in notti grandi come questa siamo

quasi fuori pericolo, in leggere parti uguali

spartiti fra le stelle. Immensa moltitudine.

R.M. Rilke

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SOLCO FATTI ALA. ALTA SULLE MACERIE.