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Note critiche

 

L'ultima neve, Lietocole,2006 Volo di terra, Lietocolle, 2004 Due. I giorni del sole fermo Nel solo ordine riconosciuto, Arcolaio, 2009 I cipressi di Van Gogh, Ladolfi, 2011  improvvisoilmare, Arcolaio 2012    Zinett1

 

Note critiche

 

Alberto Bertoni (prefazione a I cipressi di Van Gogh)

Se devo parlare da critico professionale, affermo subito che I cipressi di Van Gogh di Liliana Zinetti è l’apice di un lungo e fecondo processo di apprendistato, che porta qui l’autrice a una sintesi compiuta di varietà linguistica, competente memoria storica, efficacia figurale, riuscito equilibrio ritmico-prosodico. Tale sintesi produce un libro da collocare con piena sicurezza entro il quadro qualitativamente più alto dell’attuale produzione poetica italiana, in questo problematico scorcio inaugurale di secolo/millennio.

I pronomi personali – per esempio – vi rimandano a statuti dubbi di identità; i paesaggi riuniscono efficacemente i mondi dell’esperienza reale e i soprassalti di un’interiorità accesa, coinvolta, ansiosa, non di rado spinta fino ai labirinti del sogno e dell’incubo; le elencazioni sovrappongono eventi, gesti, oggetti di provenienza e di matrice diverse, non di rado eterogenee; la cognizione metalinguistica della parola pensata, pronunciata, soffiata, sussurrata si salda con grande proprietà compositiva al sentimento del tempo e delle persone, tra alternanza del giorno e della notte, idioletti bambini, mondi animali e costanti meteorologiche della neve, della pioggia, del vento.

Già, il vento: in realtà, il Leitmotiv più solido e presente dell’intero libro. Così, se  ripercorro all’indietro questi Cipressi di Van Gogh, e torno a indossare i panni del lettore semplice e coinvolto che ognuno deve saper essere davanti a un libro di poesia tanto comunicativo e coinvolgente, mi piace lasciarmi baciare, trascinare, talvolta travolgere dal soffio continuo del loro vento. Certo, un mio collega molto bravo mi ha detto una volta che proibirebbe l’uso della parola “vento” in poesia, in quanto cliché troppo abusato. Quella volta, mi è venuto di dargli ragione, ma il pensiero ha continuato ad agitarmi anche nelle ore successive: e, alla fine dell’insonnia, mi sono addormentato pensando che aveva (avevamo) invece completamente torto. Il vento in poesia non solo è legittimo, ma forse addirittura auspicabile.

Liliana Zinetti, col suo libro, mi ha definitivamente persuaso che c’è un diritto al vento, per i poeti bravi: da conquistarsi, certo, proprio come il diritto al verso. A lei – allora – voglio dedicare una mia strofa, tratta da una poesia mai portata a termine, che descrive lo stato di atonìa totale nel quale cadeva mia nonna, quei rari giorni di stravento che percorrevano la pianura all’avvento della primavera. Quei giorni lì, lei – casalinga di solito inappuntabile – abbassava le persiane e restava distesa per lunghe ore, del tutto incapace anche di un minimo gesto:

Solo in marzo o in aprile

stavi a letto anche giorni interi

appena tirava lo stravento

fischiava l’erba cantavano i panni

le canzoni dei vivi

Poca cosa, davvero, a fronte di un passaggio come questo, animato dal vento metafisico che è bravissima a suscitare Liliana Zinetti, in uno dei molti passaggi felici dei suoi Cipressi di Van Gogh:

Tira un vento cattivo, si dice, ma il vento

è solo vento

e se morde gli alberi non lascia ferite.                                                               

 Alberto Bertoni

 

Nadia Agustoni a RaiNews24

Nello scaffale a cura di Luigia Sorrentino — Liliana Zinetti. Improvviso il mare L’Arcolaio Edizioni 2012. di Nadia Agustoni

Testi severi e controllati, ma di un dolore vivissimo, questi dell’ultima raccolta di Liliana Zinetti “Improvviso il mare” L’Arcolaio 2012, con interventi di Vincenzo Guarracino e Gabrio Vitali. Dopo la prova de “I Cipressi di Van Gogh” 2011 la voce di Zinetti è ancora più nitida e di una sincerità così insolita e composta che ci lascia per un attimo sgomenti. Sorprende lo scavo dei testi, a mio parere si sente in alcuni l’influsso di un poeta come Mario Benedetti, ed è anche questo testimonianza di una predilezione che si fa ricerca e si mette in gioco senza complessi. Filo conduttore è una distruzione avvenuta, che porta sommessamente ad esporre il proprio intimo nel suo nucleo meno difeso. La voce cerca nei nomi un’iscrizione che confermi la vita e un’immagine di futuro possibile in quel buio che pare parli una lingua oscura, di perdita e rose. Ma la rosa, simbolo mistico, tornando a più riprese in queste pagine, è l’apertura e lo spingersi dei petali alla luce. E forse qui c’è il senso di un ciclo di ritorno, coi fiori, che sbocciano e ripiegano, come se nel raccoglimento della notte trovassero nuova forza per il giorno. Se il dolore è incommensurabile, nel tracciato di questo libro, la casa e il disabitare sono immagini che ci portano a: “… mani di foglie accartocciate, rumore / di passi che vanno via. /Anche la parola ha gesti transitori/ e talvolta vive di omissioni.” Si avverte un io che si dibatte e parla intera la perdita che rompe l’ambiente conosciuto, il luogo dove la vita prosegue, ma come se le tende, i bicchieri, le sedie avessero ormai un tempo proprio, che sfugge, come le pareti stesse. In questo sconfinare Zinetti non cerca consolazione, trova però un’universalità che nella voce stessa assomma solitudine e forse un segno di riconoscimento, qualcosa che non è ancora scritto, ma si scriverà. Questo ci porta all’epigrafe di Fernando Pessoa scelta dall’autrice per aprire la raccolta: ” Chi non vede bene una parola, non può vedere bene un’anima”; e si parla di vedere non di guardare, perché chi vede non ci fissa in un sempre, ci lascia il dono immenso di cambiare, di essere qualcosa cui aspiriamo con ogni forza, com’è sempre in tutto quello che esiste.

Nadia Agustoni

 

Maurizio Cucchi, fonte: Tuttolibri, supplemento a La Stampa

 

Liliana Zinetti, bergamasca nata nel ’54, ha già pubblicato diverse raccolte, ma I cipressi di Van Gogh (Giuliano Ladolfi editore, pp.70, € 10), come scrive Alberto Bertoni, è il suo lavoro migliore e più maturo, in cui realizza «una sintesi compiuta di varietà linguistica, competente memoria storica, efficacia figurale, riuscito equilibrio ritmico-prosodico». Colpisce la compostezza economica e incisiva dei suoi versi, che procedono secondo l’idea di una meditazione lirica con una andatura di classica sobrietà.

Maurizio CucchiDialoghi in Versi, blog su La Stampa

Marzia Alunni in Rebstein – La Dimora del tempo sospeso

La scrittura di Liliana Zinetti abbraccia un mondo imperfetto, eppure, amato con dedizione dall’autrice. La realtà si rivela controversa, spesso invivibile, ma la poetessa ha una risorsa, quella di maturare nei testi la riscossa, personale e collettiva, presentando il suo messaggio di verità al lettore. Si prendano questi versi come emblema della dignità di scrivere:“Se lo sparviero volge su di te lo sguardo / tu scaglia la pietra che rovescerà il mondo, / accendi la parola.”E’ quasi una dichiarazione di poetica, infatti, una parola che non fosse “accesa” non riuscirebbe a instillare nelle fibre dell’ essere le ardue verità imprendiscibili che sono radicate nell’esistenza umana. Il sostrato filosofico della poesia di Liliana Zinetti non soffoca però il bisogno di empatia: La fragilità degli affetti, trattenuta da uno stile elegante e originale, emerge, illuminando, con versi lapidari e, secondo quanto abbiamo detto, incendiari, ogni testo. Il mix di verità e amore è veicolato da una capacità di rimeditare, cogliere e reinventare le esperienze, notevole per l’ampiezza e la profondità del bagaglio lessicale, strutturato in versi che, molto spesso, sono di una certa lunghezza. Ne deriva un sapore unico, risalta la memoria della tradizione novecentesca, con il chiaro intento, però, di andare oltre. Voltare pagina significa continuare a lottare per una scrittura di livello e un mondo da riscoprire, nella sua dimensione assiologica, mai come oggi tanto compromessa. Si avverte l’urgenza di una responsabilità nuova, legata alla scrittura, ma un pudore di fondo, una sobrietà nell’esprimere fa preferire i discorsi sottintesi ad ogni ridondanza:“…C’era sangue ovunque, l’hai visto? Era una sera.”L’interlocutore, cui si affidano le poesie, ha sempre un ruolo-chiave, è chiamato a riconoscere, assentire o riflettere. Il messaggio non è mai lineare, scontato, piuttosto richiede un salto, cui non è estranea una visione per certi aspetti semantico-cosmica dell’esistenza:“…l’aperto entrava nel nome delle cose…” e ancora “Alla fine dei nomi forme senza tempo. I nomi si collegano misteriosamente alle cose, essi purtroppo non sono “consequentia rerum” sarebbe tutto semplice altrimenti, occorre scoprire l’infinito e progressivi legame che la poesia instaura con il mondo tramite la parola rinnovata.Un plauso infine a Vincenzo Guarracino, abile nell’individuare le scritture stimolanti e innovative, e come sempre un ringraziamento a Francesco per lo spazio concesso all’autrice e ai suoi commentatori. Marzia Alunni 

Alessandro Ramberti in Farapoesia.blogspot.it

«Le mie parole sono farfalle insanguinate. / Hanno la reticenza del dubbio / il bianco della neve / sono i passi a ritroso verso il silenzio» (p. 11): così si apre questa intensa raccolta, caratterizzata da un linguaggio privo di fronzoli inutili e a tratti visivamente sciabordante: «Sai, non ha usci il cielo / che non s’aprano al buio» (p. 13). Se a volte c’è qualche indugiare nel ripercorrere la storia di una vita (di più vite), con un tono da journal che ci ricorda la recente raccolta di Germana Duca Ruggeri, la scrittura sa pure impennarsi in versi che nella semplicità assoluta (e così difficile da ottenere) di uno sguardo fanciullo sanno andare al fondo, al nocciolo: «Tu ti guardavi le mani / gli occhi poi a terra, come / a raschiare stelle dalle crepe scure / di un pavimento stordito / come se / non ci fosse altro / che quel guardare, muto / e senza fine / che hanno le cose quando le guardi» (p. 16); «Ci si deve appoggiare al cielo, tenerlo / fermo con le mani. / Tenere le distanze, fermare / i passi e ridere con l’erba» (p. 18); «… Insonne, urto gli spigoli / di tutte le domande» (p. 28); «Si sta sospesi, a volte, a parole / che non si riescono a dire» (p. 39); «Imparo un tempo diverso, il tempo / della pietra, la paziente / geometria degli alberi / in un’attesa che ferma il volo / pietrifica l’ala sbarrata nell’azzurro» (p. 41).

Di tono più esplicitamente “filosofico” e in parte “liturgico” le due sezioni che chiudono la raccolta: “Due (I giorni del sole fermo)”, che ha parti in prosa, e “Uccelli di passo”.

Un libro che si offre come tappa sicuramente riuscita e importante di un vero cammino poetico.
Si veda anche cosa ne scrive, con la consueta acribia, Antonella Pizzo

Alessandro Ramberti

Antonella Pizzo in Viadellebelledonne.wordpress.com

C’è nella poesia della Zinetti un forte senso di perdita, di dolore, quasi di disperazione, di incompiutezza, si legge l’incapacità a fermare il tempo, la vita, e nulla serve e neppure le parole.

“Servirebbe non pensare allo scricchiolio/delle cose, al cedimento di ossa e profili” e poi ancora “La mano scrive nel buio/ciò che sta sospeso e trema”.
In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Ecco la Parola creatrice, che chiama all’esistenza il nominato, le cose esistono quando vengono nominate ma anche noi per esistere abbiamo bisogno di rapportarci con l’esterno, con le cose, con le persone e di chiamare ogni cosa con il proprio nome. E’ quello che secondo me fa Liliana Zinetti coi suoi versi, nomina le cose per afferrarle, per farle sue, per non restare con le mani vuote, per scongiurare il nulla, il niente, il vuoto assoluto, il buio che nasconde le cose, la notte, il grigio che offusca i colori, il tempo che tutto distrugge, l’afasia che è il nulla assoluto. “L’immobilità delle cose/cede all’esattezza di un nome”.
Ma il percorso è arduo e difficile, la poeta esprime la paura di non riuscire a completare quel percorso perché troppo doloroso, ciò si avverte proprio all’inizio della raccolta, giusto nel verso che la apre “Le mie parole sono farfalle insanguinate” esprime la fragilità propria di una farfalla, ancora più fragile, se la stessa addirittura sanguina, e anche la caducità delle cose nella neve che si scioglierà.
Scriviamo infatti “poesie sulle lamine delle foglie” foglie che in autunno cadranno dall’albero e si perderanno nella terra senza lasciare traccia alcuna.
Trovo che questa raccolta sia omogenea e coesa, la poesia della Zinetti è pulita e non lascia spazio a voli pindarici e di fantasia, poesia delicatissima che non vuole essere poesia che “stupisce con effetti speciali” per nascondere il nulla che si intuisce in certe poesiole che circolano in rete di autori anche conclamati e acclamati, ma è poesia equilibrata che si alimenta del reale, dei colori della terra, dei fiori, dei colori delle stagioni, di case e di balconi, di panni stesi, di strade e di corpi, e intanto si cerca la parola per dire l’infinito. Mi si passi i termini, forse poco adatti a delle noticine sconclusionate di lettura, per me Liliana è stata una scoperta, credo sia una poetessa vera e genuina, una di quelle che non mente, che non inventa dolori e sentimenti che non prova e che non ha ma che sono espressi solo per toccare le corde scoperte dei lettori.

Antonella Pizzo

compito Sebastiano Aglieco in King Live 

Le parole “hanno la reticenza del dubbio”.
Mi sembra una bella dichiarazione di apertura per un libro di poesia, come a sostenere l’umiltà della voce e del suo compito, se è vero che ogni cosa ha radice nel vento.
La parola, dunque, non scodinzola dietro i segni, non si fa corteggiatrice di mode ma attinge, piuttosto, all’insegnamento montaliano.
Ora, questo non vuol dire che la poesia debba rinunciare, farsi paladina di una sconfitta, di una marginalità – tra l’altro, culturalmente già attestate – . Lo sguardo libero, piuttosto, possiede la potenza del potersi aprire sconfinatamente al mondo; rimane nell’urgenza dello stare, “con tutta questa fine che viene per le strade/tu mi chiedi del cielo”, (p. 13).
Non rinuncia nemmeno alle piccole illuminazioni quotidiane: “ma la luce, a volte,/inaspettata si rivela/in un angolo di giardino/al fuoco bianco di un roseto/che illumina la notte”, (p.13).
Perché il poeta, ogni vero poeta, dovrebbe avere questa capacità ontologica, non tecnica, di sapersi muovere nella superficie del mondo; di roteare, senza muoversi, sulla giostra delle cose che, sfuggendo, si dileguano senza più colori; e di rallentarle fino a fermarle nell’attimo breve e assoluto della forma.
Crittografare i segni di un alfabeto sconosciuto: questo ha voluto fare la poesia del secolo appena trascorso. E questo fanno ancora tanti poeti, illudendosi di poter raggiungere un qualche fondo. Ma ora, invece, più urgentemente, “stare attenti, non guardare/al fondo”, p. 18.
Che è il compito che a me sembra di cogliere, o desiderare, in questo inizio di millennio: rinunciare a scandagliare febbrilmente un inconscio sempre più storicamente ingombrante e ingombrato di fantasmi; rimanere nella superficie, nel nostro stare qui e ora, nell’urgenza del riconoscere che “vivo quando scrivo”, p. 19.
La poesia non salva, è sicuro, eppure sempre indica un’urgenza necessaria, lo stupore della domanda iniziale e l’ignoranza della risposta: “non c’è parola che scavi il silenzio,/solo questo stiletto di luna/che un giorno cadrà sul silenzio/a spegnere il cielo.”, p. 25.
L’essere, se vive umilmente, non può che guardare di più. Non c’è differenza di sguardo tra la vampa di fuoco che contemplano i moderni lontani da una città e lo stesso stupore pauroso di fronte alla prima scintilla di luce addomesticata. Una carcassa non ha cultura, le bestie macellate, una piuma che volteggia e si posa.
Questa universalità dell’esperienza ci dice che l’essere si dispiega con le ali di un uccello nudo tra le vene dell’inverno, nel solo ordine riconosciuto.
La parola, insomma, può vivere solo in un ordine, quello che riconosce e si fa riconoscere, che stringe i segni alle cose e non le abbandona se non per imparare a morire nel distacco del gesto.
Ma prima c’è tutto il prima. Ed esiste, soprattutto, attraverso gli occhi: “la bellezza è se chiudo gli occhi per vedere”, p. 39. “La mano scrive nel buio/ciò che sta sospeso e trema”, p. 41.
O forse poesia è possibile solo quando incominciano a mancare le parole, quando l’urgenza della nominazione ci porta a inventare una nuova lingua delle cose, di noi stessi e del nostro senso che stiamo perdendo.

***

…da una parte la donna che prende la strada verso la luna, il suo silenzio; dall’altra la necessità di abitare il quotidiano che “all’uscio osserva indifferente/ogni gesto, ogni cosa”, p. 14.
E’ un passaggio importante, che ci dice della consapevolezza dello scrivere poesia oggi: né angeli maledetti con ali nere, visionari, né piccoli esseri con parole piccole, che annegano la poesia nello scialacquare del quotidiano. E’, piuttosto, la coscienza del poeta che sa riconoscere la presenza della morte davanti all’uscio di casa, l’entità del Nulla che abita ogni cosa, perfino la parola che egli stesso scrive, affidata alla levigatura naturale della risacca fino al totale disfacimento, fino alle spegnersi delle stelle.

Cosa rimane, dunque, al poeta che sa rinunciare per consapevolezza metafisica al barocco che sempre abita le parole? Rimane un paesaggio dilavato, fatto di cose che restano, semplificato dei suoi eccessi umani e mostruosi: “disteso come un lenzuolo al sole” dopo la pioggia: “un bambino” che “salta/in una pozzanghera di vermi e stelle”, p.17.
“Il paesaggio è crollo” e “chi lo guarda lo inventa”. “Siamo colpevoli, tutti,/di qualcosa”, p.19. Abbiamo responsabilità, comunque, e non possiamo sottrarci al compito, al giudizio. Non può sottrarsi l’uomo col peso delle sue azioni, delle sue scelte. Non può sottrarsi neanche il poeta con la responsabilità delle sue parole, gravate anch’esse del peso del giustissimo dire; per l’immagine, almeno, l’immagine di una città più giusta. Ricordiamo le rane di Aristotele: bellezza contrapposta a utilità di due grandissimi poeti. Necessità di scegliere ciò di cui abbiamo bisogno ora; ciò che utile alle nostre vite.
Che tipo di giustezza e bellezza sceglie di interrogare Liliana Zinetti in questo libro? Innanzitutto l’accettazione di una ignoranza. “Sappiamo così poco/e dobbiamo inventare una vita”, p.21. L’eticità di una voce: quella di un padre; il suono della voce di un bambino; le suggestioni di un paesaggio/sfondo: “Tumulto e sangue, tracce e assenza/la luna di dicembre”, p. 20.
Scegli di “disimparare anche il pianto”, di ricominciare daccapo, come se le parole potessero solo approssimarsi alla cosa, senza poterla dire mai pienamente, ma sempre nella massima tensione possibile di durezza e affetto. Le cose non esistono di per sé, non vogliono essere dette se non attraverso la voce di chi le ha già nominate e descritte (il padre) e quella dei bambini che devono ancora imparare il nome attraverso noi stessi, il nostro sguardo pellegrino alla ricerca di un senso.
Le parole, allora, si situano in un mentre, né prima né dopo, nello sfondo di un paesaggio immutato di una natura indifferente, certo, ma verso la quale noi non possiamo che essere permeati e interroganti: pellegrini di significato.
Concordo con Alberto Bertoni nel considerare questo libro un apice della ricerca di Liliana Zinetti; e bisognerà incominciare a prendersi la responsabilità di indicare libri che valgano, che possano accompagnarci nel duro apprendistato della vita indicandoci le parole e i luoghi, una stella da individuare nell’infinita, occhiuta devastazione della nostra notte.

Sebastiano Aglieco

Meth Sambiase in WSF

Accendere la parola per entrare nella vastità del mondo. Fare l’appello, l’appello delle cose, della natura, dei pensieri , e gli atti sono nudi, non dispongono di sovrastrutture confortanti, delle illusioni dei sentimenti.
Nelle liriche di Liliana Zinetti, ogni azione deve conquistare un tempo per essere riconosciuta, svelata, ben sapendo che non si riuscirà a trovare conforto o direzione, perché in ogni possibilità\vibrazione\stagione\sentimento c’è il tutto e il suo contrario. L’occhio indagatore si apre ai confini, apre le strade “dove finisce l’azzurro”, dove vibra la neve, e la sera può avere la natura di un aprile che ripete l’inverno. Distrutta ogni illusione rimane costante lo sguardo, che non si smarrisce ma misura il mondo: la pesa non si arrotola nella consolazione ma talvolta, una voce lontana, come di un coro di sagome abbozzate per troppo dolore, inaspettato, può comparire, e cantare la malinconia di quelle luci così chiare, di quelle ombre d’amore che non ci lasciano mai fino in fondo. La mimesi del fiore che sfoglia i ricordi, i luoghi che ci tengono come un ricordo, un qualcosa rimasto nel fondo incomprensibile. Non ci sorregge nessuna fede, il nulla è accanto e il poeta deve riempirlo con la verità del suo sguardo. Lo sguardo quindi è l’unica misura certa, l’unica possibile dell’indagine su tutto il Creato, da piccolo margine ai ghiacci eterni, dall’uomo accende la parola per (ri)trovare una luce da cui far discendere un colore (simbolo molto amato dalla poeta) o lo spetto di tutti i colori, segno primario di luce e di vita. La fonia scende a levigare le immagini, dubbiose ma non dome: i punti interrogativi invitano a cercare i suoi opposti, gli esclamativi, gli “eureka” che in qualche luogo del cuore, potrebbero germinare improvvisamente. La parola deve essere accesa, abbiamo già scritto. “Tu mi chiedi cosa sia la poesia – risponde Liliana Zinetti a WSF – mi chiedi un’idea mia di poetica, ecco, io credo vi siano domande che è inutile porsi, perché non abbiamo una risposta. Come disse la Szymborska, io non so cos’è la poesia, ma il suo esistere nei miei giorni li rende migliori. Definirla non è possibile, poiché sono molte le definizioni che si possono dare, comunque tutte insufficienti. È forse il limite a cui tendiamo per un’inesausta ricerca di autenticità, di un senso in una società sempre più inautentica. Come dice Heidegger: L’uomo posto di fronte alle scelte che deve compiere, ha dapprima una conoscenza ontica del mondo, cioè lo assume come dato, poi però riflettendo si perviene ad una conoscenza ontologica cioè delle strutture dell’esserci che danno un senso al mondo. La poesia, credo, sollecita il passaggio dall’ontico all’ontologico” L’essere cosa, in ogni luogo, in ogni stagione, in ogni sentimento, puri, ricordando anche che dobbiamo imparare la distanza, subirla è il dolore”.

Meth Sambiase

Rossella Renzi in donneinpoesia.wordpress.com

Liliana Zinetti, Nel solo ordine riconosciuto, L’arcolaio, 2009

Si avverte sin da subito qui, e in maniera assai sofferta, l’urgenza della scrittura: Ogni cosa ha radice nel vento, a cominciare dalla parola, dalla sua gravità che si insinua tra la levità del soffio e la durezza della pietra. La parola, in questo libro, cerca una forma, un ordine per quei giorni di pioggia, di neve, di sole fermo, che sfociano in un tempo diverso, per raccontare ciò che di più vero e amaro può riservare la vita; per fissarlo su pietra, per scalfire, sapendo che tutto è fin troppo fragile e precario.
Tutto accade sottovoce: in modo composto e armonioso vibrano presenze misteriose, tra le foglie, negli alberi, nel volo degli uccelli, mentre “servirebbe non pensare allo scricchiolio / delle cose, al cedimento di ossa e profili. / Vedi, qualcosa passa (ed è già perduto) / senza aver avuto un nome.” In questo solo ordine riconosciuto, si cerca l’alfabeto rigoroso per dire, uno sguardo per definire cosa è stato, posato su certi elementi – come il sangue e i fiori – che attraversano ogni pagina del libro, dialogando di testo in testo, lasciando quell’odore e quel colore di petali e ferite. Sono i simboli della poesia di Liliana, portano con sé la fragilità e la bellezza, il dolore e la sua necessità, per comporre un codice nuovo: “L’alfabeto dei fiori/ fino al sangue della terra, / il cerchio e il seme, / la resa disarmata / della voce e delle parole”. Tra il buio che minaccia e i lampi che rischiarano, il poeta nomina le cose, facendole brillare riesce a trattenerle, perché “La mano scrive nel buio / ciò che sta sospeso e trema”. E ancora, perché “poeta è il pazzo / che trasforma il reale / in un’oscura sequela di parole”. Ed ecco che le cose, le presenze, gli sguardi prendono forma, si ribellano alla loro immobilità, prendono vita sulla pagina: hanno il sangue dentro di loro, pulsano e fioriscono, persino nell’ombra, dove piano piano, si impara a morire.
In questo libro il verso è un concentrato di pensiero, suono e immagine, mescolati con vera sapienza dalla poetessa, così da creare un’atmosfera densa di stimoli che trattengono il lettore, dal principio alla fine, senza concedere tregua. E molto si condensa nel commovente poemetto in prosa poetica, intitolato Due, dove le stesse presenze – gli occhi, gli alberi, il dolore, la notte, la neve, il silenzio, il bianco, la solitudine… – sono tese a raccontare “il niente disperato della vita quando tace”, che si scontra inesorabilmente con la parola, aspra e lacerante. Essa indaga, cerca, si inabissa; e poi riemerge per riconoscere i gesti, le mani, le voci, per consentire un “ordine al grido degli orizzonti”.
E quando ciò accade, ecco l’urto, lo stupore.

Rossella Renzi

Mauro Germani in Margo

C’è sempre una zona d’ombra nella percezione della realtà, qualcosa di inspiegabile e di irriducibile che incombe e rende inquieto il nostro sguardo, qualcosa che forse è solo una porzione d’altro, una sorta di maceria oscura, come se fosse il residuo di un crollo originario, ormai perduto nel tempo, oppure – all’opposto – la rivelazione anticipatrice di un destino che ci attende (“qualcosa non sa accadere e grida/il cuore e i suoi strappi/feroci).

Noi siamo in mezzo. Non sappiamo. Forse abitiamo proprio quel crollo (“il crollo secco di qualcosa/lungamente spezzato, sua eco/ interminabile, verticale”), siamo quella ferita aperta nel mondo. E in bilico, tra luce e buio, al cospetto dei “neri cipressi di Van Gogh”, il cui verde così particolare “rappresenta la macchia nera in un paesaggio assolato, ma è una delle note nere più interessanti …”, come scrisse lo stesso Van Gogh al fratello Theo.
Nei versi di Liliana Zinetti c’è questa macchia nera, ovvero il senso della precarietà, dell’ incertezza esistenziale. C’è la solitudine e l’allarme di chi conosce bene la propria impossibilità a capire fino in fondo e si consegna a “versi smarriti nell’inspiegabile”, come chi cerca “di tenere gli alberi fermi/ nella bufera, il paesaggio senza crolli/ non sapendo/ che solo la perdita si lascia afferrare”.
Lo scacco è quello dell’esistenza stessa, lacerata e trafitta dal tempo. Scrittura e tempo, qui, si chiamano e s’inseguono tra soprassalti ed enigmi, tra “la distanza intollerabile/dei pronomi” e le nostre tracce destinate a sparire, tra “la dedizione alla parola che rimanda/la sua vuota eco” e ciò che “negli alberi resiste, con le mani torce i tronchi, entra nelle fessure – scultore d’aria e polvere”. E’ in fondo un affidarsi all’ignoto o ad una dismisura che sembra innominabile, “là dove l’inizio incontra la sua fine/dove le mani colano buio/su un alfabeto da pronunciare/in un’altra lingua”, come una sorta di cortocircuito dell’essere e della stessa scrittura. Ma in questo scenario vacillante, con “troppi senza, somme/senza resto”, ci sono anche presenze che recano una grazia tenera e dolce, come “il colore/della luce stretto nelle gole degli uccelli”, “la musica degli abeti”, oppure le varie declinazioni della parola amore, a cui è dedicata l’ultima sezione del libro. Qui il tema del tempo si unisce ai ricordi personali e agli affetti, tra passato e presente, tra un vago senso di rimpianto “e il dolore di ciò che trascorre”, a cui si contrappongono la leggerezza e l’innocenza dei bambini, che con le loro movenze ci tengono “di qua dall’ombra”.
C’è forse l’esigenza di una rinnovata appartenenza, di trovare “una tenerezza minuscola”, imparare “la pazienza della terra/la luce morbida dei fiori”, anche se “il disordine rimarrà tra i fogli/per l’oblio e la polvere” e resterà l’enigma della realtà: “Ricamata di brina/ogni cosa è se stessa e il suo contrario”.

Mauro Germani

 

E’ inutile, ogni volta che leggo Liliana, qualunque sia la partitura o la disposizione d’animo, vengo mosso dentro da un coinvolgimento semplicemente “umano”. Nei suoi versi perdo la mia connotazione maschile e abbraccio senza indugio il punto di vista della donna, della femmina. Perché Liliana t’intriga, ti affonda nelle sue sabbie mobili, fatte di autentici calvari e di corruschi lampi di luce, come nei quadri di Caravaggio. Rimane così intatto, nell’animo del lettore, questo vento che porta con sé i cortili crudi e carsici. Rimangono i sentimenti degli oggetti, che essi tengono chiusi fino alla dirompente loro deflagrazione. Reputo semplicemente Liliana una scienziata dell’animo umano; l’oggetto che, al fondo del problema, le rimane più prossimo e più estremo. Ciao, Lili. Il tuo editor, ma soprattutto il tuo amico.

Gianfranco Fabbri

Silvio Bordoni in Cfr Edizioni

Ho letto con estrema curiosità le parole poetiche e analizzato le immagini fotografiche di questo rivoluzionario “quaderno” come mai mi era capitato. La forza interiore e profonda dell’arte di Liliana Zinetti l’avevo ben presente in me. L’ho sempre considerata un dono della poesia: una mistica personalissima da cui derivano dubbi, riflessioni, domande sul valore stesso dell’esistenza. Il mistero di un essere umano che si trova nell’oceano vasto di un disegno oscuro dove – suo malgrado – una ben precisa direzione non offre vie d’entrata e d’uscita. Tutto ridiviene; presenze umane, metamorfosi della natura, desideri insoluti, solitudine e silenzio.

Una poetica stilisticamente rigorosa, riservata, la sua, che tuttavia apre a un principio e a una fine del sentire umano con caparbietà e sofferenza, come in un “canto d’emergenza” tanto caro a Paul Celan. Parallelamente i ritratti suggestivi e penetranti e i paesaggi attigui di Viviana Nicodemo non solo si accostano alla “parola” della Zinetti, ma la reclamano, la abbracciano nel momento stesso del loro “farsi”, e così viceversa. Un’interpretazione dell’esistente umano che va oltre la visione personale e fotografica dell’autrice per sconfinare in una sorta di catarsi struggente del dolore.

Dolore che tuttavia reca in sé una luce che non proviene da uno spazio esterno, ma che si fa, si compie, si estingue e si ricompone. Si sublima in un’energia superiore. Nel chiaroscuro medesimo della vicenda umana, un connubio stupefacente, dunque, che emoziona, che fa riflettere e induce a una successiva e più profonda rilettura e visione.

Un “quaderno”, questo, che costituisce un’occasione unica d’incontro fra un’esperienza di scambio così forte e ben riuscita, un incontro che esalta le capacità espressive e interpretative delle due protagoniste e che si riversa sul lettore in uno spaccato tra inconscio e coscienza, tra realtà e introspezione. Tra luce e buio che riportano alle arti figurative del grande Caravaggio.

Un esercizio, quindi, da non perdere. Un’occasione da cui emerge come la creatività, nonostante tutto, non intende morire.

 Silvio Bordoni

Vincenzo Guarracino (prefazione a Improvviso il mare)

C’è un testo emblematico che mi ha colpito particolarmente in questa silloge di Liliana Zinetti e da cui voglio partire. È quello che inizia “Fu questo. Il luogo”, preceduto da un’epigrafe tratta da Anna Achmatova e concertato intorno a un nucleo concettuale (un “patto” spezzato, il “nessun amore” di una precisa condizione di deserto e solitudine) e stilistico di notevole perentorietà: un testo drammatico, tesissimo, in cui l’autrice mette in scena un buio senza luce e senza voce, una situazione insomma difficilmente sopportabile, se non per via di scrittura. Si capisce che c’è dietro un trauma irreparabile, segno di un amore disperato, che emerge con furore ossessivo e visionario, in un dettato gelido ed essenziale nella sua precisione e pregnanza, con la poetessa che si rivolge a un tu senza volto e senza sentimenti, sulla scena di un paesaggio che sembra farsi progressivamente sempre più vuoto, con l’effetto di trasmettere al lettore uno stato d’animo tragicamente claustrofobico, di nera inquietudine, tipico di chi non sa intravedere alcuna consolazione oltre il “nulla” dei giorni.
Ecco, è in questo segno, nel dissolversi improvviso della “misura” assediata da “un vento scurissimo, senza nome”, che si dispone la poesia di Liliana, non solo la presente silloge inscritta sotto il titoloImprovviso il mare, e direi tutta quanta la sua ricerca poetica: confrontandosi cioè continuamente con il senso di una perdita, con una ferita, a partire dalla scoperta che c’è in agguato, per dirla con le parole dell’Achmatova in esergo, “un mondo crudele e rozzo”, “un Dio che non ci ha salvato”. Nessuna concessione al patetico, a un surrogato consolatorio, dunque, e nessuna rimozione, nella convinzione che solo parlando di sé con sé attraverso la lingua dell’autenticità, attraverso la poesia, le può riuscire di mettersi a nudo, di sviscerare e vivisezionare, come direbbe Leopardi, il suo dolore. Scrittura dell’io, dunque, scrittura impietosa ed espressionisticamente determinata, dominata da un’ansia che si traduce in un respiro ossessivamente paratattico, a sottolineare ed elaborare uno scacco originario, che toglie il fiato e metonimicamente si riproduce nei microframmenti del mondo e della vita, corrispondendo a un bisogno di risarcimento sentimentale, a un bisogno di totalità costantemente rimandata, alla nostalgia di una “misura” perduta e mai più ritrovata se non a tratti nei versi. Versi franti, spezzati, dolenti in cui l’esistenza (e l’esistente) diventano così pretesti, “nomi forme senza tempo” (Verso il margine. Fruga l’aperto), per confrontarsi con i fantasmi, annidati nel “fondo incompresibile”, nel “silenzio” assordante della sua storia, di ogni storia, in cui può perfino comparire inaspettato un qualche brandello di speranza, come pare suggerire il testo eponimo dell’intera raccolta. Di fronte ad esso, al “mare”, ai suoi “barbagli dorati” e alle sue sconfinate possibilità di viaggio, di avventura, “alzare la testa” diventa una necessità e una promessa di riscatto e libertà difficilmente trascurabile: l’annuncio di una fierezza che garantisce un destino di rinascita, dove “lui” (ma è anche intercambiabilmente una “lei” se possiede i suoi stessi “occhi”) finalmente “torna e attende / attende di rinascere”, come sembra dirci l’ultimo testo, E così nella luce, e giusto quanto recentemente in un messaggio personale conferma l’autrice stessa (“Passerà, tutto scorre… Nella mia fragilità c’è un nocciolo duro di resilienza)

Vincenzo Guarracino

 

Ivan Fedeli (prefazione a Minime da una fine)

Nella rumorosa assenza di alcuni poeti dal panorama sempre più pulviscolare dell’editoria patinata, è necessario inserire una delle figure più significative e originali dell’area lirico-meditativa contemporanea, per purezza espressiva e fedeltà di contenuto: Liliana Zinetti.
La linea di sviluppo della ricerca poetica della Zinetti, sin dall’esordio con Volo di terra (LietoColle, 2004), parte dall’analisi della fenomenologia della separazione, intesa sia come stato naturale della quotidianità, sia nella veste universale del lutto-abbandono: il rischio dell’autobiografico viene superato sin dalle prime prove, da cui si evince un tessuto lessicale e metaforico lucido, pur con una dose di lirismo ancora da levigare, segno indiscutibile di una tecnica sopraffina, riconoscibile come cifra ritmica di un’Autrice già pienamente consapevole e capace di esprimere in punta di piedi il dolore, quasi dandogli del tu e dissolvendolo con versi lievi, sublimi.
La maturazione completa della Zinetti si verifica con “I cipressi di Van Gogh”(Ladolfi, 2011), uno dei migliori libri degli ultimi anni: tolto ogni indugio lirico, il tono meditativo diventa più secco, autorevole e paradigmatico, le scelte lessicali si fanno tese, il paesaggio stesso è elemento figurale di una sofferenza diffusa e sottesa. Una maturazione innegabile, il salto di qualità, che riesce a pochi, tra poesia e non-poesia.
Finalmente prende luce ora, grazie al talento di un editore che ha puntato tutto sulla qualità, scommessa nobile e, nel contempo, scomoda, un poemetto di otto prose poetiche e quindici composizioni liriche fortemente unitarie per tono; una narrazione in fieri che pone le basi per una nuova stagione della già densa produzione della Zinetti: Minime da una fine.
Il lettore non tragga conclusioni affrettate da un titolo che potrebbe essere riduttivo, nulla è minimo nel ritmo continuo e mai banale di una storia di lacerazione, morte.
Il disegno sotteso va ben oltre: è atto consapevole di una tragedia esistenziale che appartiene a tutti, una situazione sartrianamente infernale, in cui l’altro si trasforma nel carnefice che ammicca al punto di non ritorno, alla corrosione di ogni sicurezza, di qualsiasi spazio: “…/Ci assottigliamo perdiamo arti bocca occhi cuore. Per questo forse fiutando controvento latrano i cani nella notte. Per questo a volte le luci delle case si spengono per sempre.”
Il contesto è accompagnato da una poesia asciutta, prosciugata in ogni minimo sintagma, in cui esperienza reale e finzione poetica, meravigliosamente, coincidono; qui il nervosismo della sintassi, a volte epigrafica, a volte con i tratti dell’aforisma nello sviluppo del pensiero dominante, il contatto con la morte, portano a punte espressive di alto livello e di piena maturità formale.
Scavare nel dolore che traspira ovunque, anche dalle cose, per evocare l’umanità franta dell’essere: questo il progetto complessivo di un poemetto in cui la Zinetti rivede l’esperienza della Szymborska, spesso e giustamente citata, attualizzandola a una realtà indecifrabile, labile, sfuggente.

Ulteriori immagini evocative sospendono la narrazione in un limbo universale, a tempo zero verrebbe da dire: Caronte traghettatore, forse un omaggio al vecchio ossesso dell’ultimo
Ungaretti, trasporta le macerie dei corpi in un non luogo, il limbo in cui tutto si lacera e che rappresenta uno spazio di piena alterità: qui l’Io poetico è gettato come fosse una delle tante proiezioni di se stesso, l’ultima, qui vive una sorta di nausea esistenziale -torna alla mente ancora Sartre – per la quale nulla è più fruibile.
Quindi la Zinetti, in “Minime da una fine”, mette in moto ciò che accade dopo, e il dopo è la frammentazione dell’Io, dell’orizzonte, della presenza storica nel mondo: ogni presenza è spezzata. /Pietra che macina pietra. Un disegno ambizioso e affrontato con sobrietà da parte di un’Autrice in costante evoluzione stilistica e poetica.
Accolga il lettore questo libro con l’idea che la scrittura è serietà e sofferenza. Ne trarrà giovamento non solo per la qualità dei testi, ma anche per etica ad essa sottesa.
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Ivan Fedeli

 

Elio Grasso in www.satisfiction.me

Non è tardi perché le immagini allarghino il canale della poesia, fuori dai comandi, assumendo il valore di un assetto che sta in rapporto con chi guarda – con chi legge. La realtà non ha più un senso forte, conoscenza ed espressione devono assolutamente essere, oggi, dentro un varco. E lì la commistione del bianco e del nero allaccia i nostri sensi devastati, e quel che rimane abolisce di colpo l’attività bassa dei decenni. Nel pubblico si ha la sensazione di un’intelligenza artificiale, o artificiosa, mentre i pochi che conservano la grazia dell’ascolto si misurano la temperatura basale. Lasciano ai falliti le burocrazie psicanalitiche. Viviana Nicodemo ha la fotografia nei reni e nella proporzione frontale del suo cranio, prende piedi dolcissimi e li mette nella grana cartacea, mentre fotoni e chimiche, pixel e bianco-neri amorosi prendono le posizioni di chi fa l’amore. E anche di chi mangia con mani pulite e bocca rotonda. Sembra che non sia necessaria la parola per questa autrice, che invece accompagna poeti in vita e in teatro, cammina e intensifica con essi, si abbatte e risorge con tutte le possibili interrogazioni della scrittura, mentre i click meccanici ed elettronici si susseguono dentro camere e stanze in perfetta successione col mondo. Che vuol dire rispettare le fessure e gli anfratti, i muri scrostati e le assi disallineate, i letti sfatti e il ferro arrugginito di scale la cui direzione è dentro di noi. Non che avvengano miracoli visuali o giravolte della natura. Ma è proprio fra un giorno e l’altro che la luce riprende l’ossessione per i corpi – che appaiono, all’improvviso, come fossero abitanti riesumati per una sorta di benevolenza ottica. I caseggiati di Nicodemo hanno passato la trasformazione nucleare, non sono più procedimenti artistici di eventi catastrofici, ma la catastrofe stessa nel suo accadere. Non sono nello spazio, ma lo spazio intero. Nessun mistero, ma l’incomparabile procedere della natura, nel modo più semplice. Lì dentro l’orologio del tempo non esiste più, e la composizione del bianco col nero è un’inchiesta sulla poesia. Nessun paradosso, ecco perché i versi di Liliana Zinetti sfondano il personale per posarsi esattamente nello scatto di un limite. Era stata in quel luogo, si era spostata, aveva asciugato gli occhi e l’epidermide, tentando di contrastare il freddo e il crudele. Ogni vuoto latrava, per la poetessa, era dentro il suo busto cavo, ma quanti eventi di fiducia giungevano dallo spazio esterno ai caseggiati? Forse nemmeno li aveva percepiti come “zone” verticali, ma altrove le dita di Nicodemo accarezzavano i pulsanti della camera fotografica. Non solo parole, non solo scatti. Bisogna sapere che poesia e immagini non si vedono di buon occhio, ma dialogano anche tirandosi schiaffi (talvolta), oppure accostandosi per insondabili itinerari. Ma la cosa ha da essere, e ogni minimo scarto della vita, per Zinetti, si retrodata fino alla sofferenza, con dentro lo specchio ogni scheggia che fa dire: “questa non è una poesia”. Forse un accadimento, privo di scorciatoie per la salvezza, che non si darebbe per tale prezzo. Non c’è garanzia che gli amori morti risorgano da quel muro, importa che le gambe siano sempre lisce mentre il viso appare come un monologo bruciante come una sonda. In questa figurazione Nicodemo e Zinetti si trovano accanto, anche se non nello stesso luogo. Ma lo spazio fa il resto, privo di tempo le racchiude in una poetica. Poi si può scrivere di tutto il vento che si vuole, di ogni bicchiere e di ogni sangue, la poesia si allontana dall’essere una specie di fantasma, mentre allude al corpo in mezzo ai pianeti, ogni destino di andatura è provenienza e capolinea. Intanto il racconto arriva nettamente, una donna si accende la sigaretta come per allestire una situazione, salta sui sensi e manca di chiedere quale sia la misura della poesia che la conterrà, dell’immagine che vorrà certamente andarsene. L’una e l’altra lasciano qualcosa che satura i livelli, fa indietreggiare verso l’asfalto e l’odore delle fondamenta dove si ergevano i capannoni industriali. L’una rovescia l’antica poesia dei fondali, l’altra il corpo di una donna teso in formidabile stretching sul pavimento, infine rannicchiato e seminudo in bozzolo invisibile sul gelido termosifone nell’ultimo angolo della stanza. Il deserto è anche questo, “da una fine” giunge una luce bianca, esterna, di capienza infinita.

Elio Grasso 

Pier Mario Vello su “Minime da una fine”

“Minime da una fine” è una plaquette complessa e profonda per molti aspetti, del resto com’era prevedibile aspettarsi da un’autrice di così polimorfo spessore come Liliana Zinetti, il cui dettato poetico, preciso quanto essenziale, è anche implacabile e ampio nel sondare il dramma umano. Dramma che è disegnato poeticamente sia nella sua visibilità esistenziale quotidiana che nella sua cifra metafisica e assoluta. Ma procediamo con ordine.
Edito nel 2013 da CFR nella collana “Ibrida”, il testo è complesso per molti motivi. Innanzi tutto non è un testo solo poetico, perché a esso si alternano le immagini fotografiche di Viviana Nicodemo, at-trice e fotografa milanese, con alle spalle un’esperienza consolidata nelle arti performative e visive. Un testo, dunque, tutto al femminile. E già questo sarebbe di per sé molto interessante nella produzione letteraria italiana. Ma di più: la collaborazione di testo e immagini fa sì che poesia e fotografia s’intreccino con un ritmo e una coerenza assoluti, ad enfatizzare la dimensione duplice del messaggio drammatico. Immagine e lettera stanno faccia a faccia e si rinforzano reciprocamente. Sensibilità e simbolico coesistono. Così come, sul piano della poetica fondativa di Liliana Zinetti, sono in perfetta simbiosi la riflessione universale sul dramma del mondo e la percezione delle cose particolari che lo agiscono.
L’effetto finale è quello di un rimbalzo continuo tra oggetti e pen-siero, tra particolare e universale, tra simbolico e oggettuale, tra quotidiano e sovra-storico, in un’insistente allusione drammatica prodotta dagli oggetti, ripresi nelle immagini in bianco e nero af-fiancate al testo, allusione a un loro significato posto oltre se stessi e a una loro dimensione dolorosa e quasi assolutizzata. Per contro, è leggibile anche un flusso inverso e perfettamente sovrapponibile, che va dal testo e dall’assolutezza simbolica che è contenuta nella parola verso il concreto, il reale, l’immediato e il particolare. Non a caso, questa simbiosi trova la sua massima espressione in quelle fotografie di Viviana Nicodemo in cui sono proprio i dettagli e i par-ticolari di vita quotidiana, gli oggetti banali e quasi privi di perso-nalità, a essere protagonisti della scena, ripresi quasi in un secondo piano, sghembi, in campi lunghi, di striscio. Insomma una vista parziale che li relega a particolarità, che ne esalta il loro status in-feriore di marginalia, eppure proprio per questo ne esalta parados-salmente la loro dimensione misteriosa e metafisica: cucchiaini nel lavandino, carte stracce, una tazza sporca di caffè, particolari del corpo umano, stanze vuote riprese con luce radente, corpi umani che le abitano e nell’abitarle si fanno quasi parte di quella luce o-bliqua.
Mi sembra che qui le autrici evidenzino come i “corpi” con le loro emozioni e con i loro traumi siano affettivamente al mondo ed effet-tivamente i destinatari del trauma. In questo senso, si potrebbe collocarle sulla linea estetica e storica che rivaluta la concretezza e la materialità come ambito di narrazione del trauma, sulla linea di Georges Didi-Huberman o di Arlette Farge, quando narrano di uo-mini e donne che patiscono non solo il freddo, la fame e la fatica, ma anche l’ingiustizia, l’odio e la violenza.
Il testo, ancor prima di essere letto, colpisce. E colpisce per il suo collocarsi graficamente ai limiti di un dire estremo e perché fa subito presagire che le parole non saranno imbellettate, il quadro non sarà edulcorato, la retorica non coprirà con un velo di luoghi comuni il dramma dell’esistenza.
Coerentemente con la propria cifra stilistica, Liliana Zinetti svi-luppa in Minime da una fine la poetica delle sue precedenti raccolte (come, ad esempio, L’ultima neve del 2007, Nel solo ordine ricono-sciuto del 2009, o I cipressi di Van Gogh del 2011) imperniata sul nodo indissolubile di quotidiana esperienza sensibile e di dolore.
Quella di Zinetti è, infatti, inequivocabilmente una poetica esi-stenziale del dolore, in cui la dimensione sensibile delle cose svolge una parte incredibilmente forte e determinante. È il mondo sensibi-le, diremmo quasi, a farsi protagonista del dramma rappresentato, il quale non è mai esplicitato nelle sue dimensioni storiche o narra-tive, ma rimane nello sfondo, quasi non detto, come cifra o tarlo assoluto, peso che ci si porta dietro senza vederlo. È un dolore che potremmo definire non conosciuto e che, proprio per questo, viene rappresentato attraverso il parallelo dramma delle cose percepite come solidali. Gli oggetti, le cose, il mondo inanimato, la natura e gli esseri animati partecipano a questo esistenziale scacco umano e ne sono quasi i più significativi ed espliciti interpreti.
La poetica di Zinetti è così strettamente connessa con il mondo dei corpi e le forme dell’esteriorità, che esse diventano a tutti gli ef-fetti le dramatis personae del testo e delle immagini. Il luogo in cui tutto esiste fuori di sé è nello stesso tempo la coscienza interiore e lo spazio degli oggetti e della natura. Si tratta di una poetica del dolore e della sensibilità, e in quest’ultima accezione la poesia di Liliana Zinetti e le immagini di Viviana Nicodemo potrebbero collo-carsi – ma bisognerebbe approfondire meglio – nel filone della riva-lutazione della sensibilità (vedi, ad esempio Emanuele Coccia, La vita sensibile, Il Mulino, Bologna 2011).
Liliana Zinetti crea nel suo testo un iper-spazio che accomuna le vicende dell’io poetico a quelle degli oggetti di natura, in una soli-darietà e in una compassione che li rende reciprocamente parlanti, dialoganti, testimoni reciproci del dramma non detto ma solamente indicato. Oggetti, case, animali provano gli stessi sentimenti delle persone, patiscono le medesime pene e sono perciò in grado di te-stimoniare la profondità del dolore, come – ad esempio – nei testi iniziali scanditi in dense prose liriche:

“… la diga che crollò o meglio esplose lanciando detriti e fiotti non si sa se di lacrime o sangue o entrambi ma il crollo fu esatto …” (III);

“… si oscurano le pareti che lessero la menzogna…” (IV);

“… oh ma è solo la casa che lamenta il suo vuoto pesce squarciato coi visceri a marcire …” (V).

La simbiosi tra mondo delle cose e mondo interiore produce nella poesia di Zinetti alcuni esiti notevoli: innanzi tutto, permette l’avvio di un processo di umanizzazione del mondo, che altrimenti sarebbe leopardianamente assente e freddo. Si esce così da una cruda visione materialistica e si aprono opportunità di redenzione dal dolore, se non in senso sostanziale almeno in senso solidale tra i partecipanti al dramma.
Per queste ragioni, la simbiosi dell’iper-spazio mondo-anima produce quella che si potrebbe forse indicare come una forma d’ilozoismo zinettiano, ovvero l’attivazione del mondo e della sensi-bilità non tanto in senso magico o arcano, quanto piuttosto l’assunzione di un loro ruolo drammatico di compartecipazione, di simpatia e finanche di solidarietà. Oggetti e natura sono, a tutti gli effetti, elementi vivi della scena, protagonisti paralleli del dettato poetico e del vivere. In questo processo la sensibilità fisica e percet-tiva, che talvolta prende il primo piano nel testo, si eleva a imma-gine parlante, si umanizza, si drammatizza, si fa simbolo, entra nella storia, partecipa al corso degli eventi in modo silenzioso ma non per questo meno evidente.
La lezione è estremamente interessante e moderna: il mondo, le cose e gli oggetti non assistono mai passivamente allo sviluppo del dramma umano, ma ne sono contagiati nel profondo. Ne sono i co-protagonisti vivi. La loro corporeità testimonia del decorso di questo dramma attraverso la profonda deformazione che oggetti e cose subiscono in esso. Si potrebbe definire questo esito come il “mate-rialismo umanizzante” di Zinetti. Nella loro storia, abbiamo non so-lo la sofferenza delle anime umane, ma anche quella dei loro corpi, degli oggetti, del mondo materiale e animale. La corporeità diviene il campo in cui si gioca la partita del simbolico e del sensibile insieme. E la materialità dei corpi e degli oggetti è l’ambito in cui il dramma storico prende forma concreta e acclarata. Non a caso, Minime da una fine presenta, nell’insieme di testo e immagini, una rappresentazione altamente corporea.
La casa, i lacerti perduti, i comignoli, i rami degli alberi, gli ani-mali, non svolgono mai una funzione sovra-umanamente mitica, non redimono né svelano, né compiono miracoli. Sono semplice-mente compresenti con il loro dolore parallelo e solidale. Essi sono recuperati a tutto tondo come protagonisti del dramma, che è in-sieme umano e naturale, individuale ma anche misteriosamente universale.

C’è una sofferenza che attiene anche agli oggetti. (in “Essere cosa”, p.14).

Questo, mi sembra, è uno degli esiti più alti della poesia di Lilia-na Zinetti, ovvero l’esito di una universale simpatia delle cose nel dramma umano, che l’ilozoismo solidale e il materialismo umaniz-zante inducono nella sua poesia. Da tali elementi deriva forse la particolare densità poetica di questi testi, l’aver evitato l’esito di-sumanizzato dell’aridità e il mantenimento della vitalità poietica at-traverso la reciproca compartecipazione al dramma nella vicenda umana e naturale.
Così l’io poetante può continuare il proprio itinerario produttivo senza soccombere al dolore e al dramma universale, senza esservi annichilito, ma facendosi interprete e soggetto interrogante, perciò vivo pur nella continua spoliazione di significati e nell’impoverimento progressivo degli esiti. Come, ad esempio, è detto nella VII prosa poetica della parte iniziale:

“Ogni volta ogni piccola morte che attraverso perdo pezzi, lacerti di me. Dove finiscono? Deve esserci un luogo dove vanno a finire come lucertole seccate dal sole la speranza la fiducia il sogno le piccole morti di tutti.”

In questa simbiosi di umano e naturale, di simbolico e sensibile, prevale la poetica del negativo, che testimonia quanto arduo sia giungere a un significato che si collochi al di là della spoliazione:

Quanto vale una vita? Quante stelle,
pianeti? Domande! Non chiedermi nulla,
vieni, sia così, come una fine che non trova
una strada. (…)

Si tratta, in Zinetti, della poesia dell’ombra, della vita inconclusa e della riflessione esistenziale sul trauma umano. Ci si aggira in un universo di oggetti e di percezioni in cui “Ogni presenza è spezza-ta.|Pietra che macina pietra” (p.36). È proprio “lo sguardo indeci-frabile degli oggetti” (p. 37) a porre il poeta di fronte alle domande che non sono state poste, al dialogo interrotto, nella brevità e nella precarietà che è propria della parola. La misura poetica è breve e debole. Spesso il tentativo di trovare risposte possibili comuni falli-sce a causa della debolezza di chi risponde e dell’incapacità di chi interroga nel porre le domande. Si frappone un silenzio, un bianco senza significato tra le due persone. Il coraggio è allora proprio la capacità di superare il vuoto e di “porre domande”, di interrogare, di osare una richiesta e di rompere il ghiaccio. Alla fine, dunque, occorre “coraggio”. Come nella toccante lirica che descrive l’esperienza di un dialogo mancato tra due donne adulte – che forse arbitrariamente identifico come madre e figlia – e dove la ripetizione del “tu” a fine verso non fa che enfatizzare la domanda insistente di dialogo e di coraggio (p. 24):

– Nasco per morire dopo pochi versi, questa
la misura. La risposta esiste, ma tu, tu
non sai porre la domanda. La tua finitudine
ti condanna. Accendi il lume e prega, la notte
è buia e le stelle una rovina.
Non hai altre strade che il mio silenzio,
il bianco tra le parole.
Avrai coraggio?

Concludo questa analisi (tutta sul versante del significato e non del significante) sottolineando come la poetica dell’interrogazione, della domanda e della risposta e, in fondo, del capire e del capirsi, porti inevitabilmente alla questione meta-poetica sul valore delle parole. Le quali non compiono miracoli, possono al più svelare la non permanenza e, con questo, porre le condizioni per il “coraggio”:

È un giorno che apre strade bianche
e rumore – la resa delle parole.
Non salvano, non dicono
che l’assenza, la neve sul mare.

Contrassegnate da un’ontologica minorità, le parole non consen-tono di per se stesse alcuna salvazione. E, quindi, non permettono l’assunzione di ruoli poetici alti o salvifici, non aprono a posizioni illuminate o piene di significato. Operano sul piano dell’assenza, sono testimoni di una poetica negativa che fa del dire un semplice alludere a possibili dialoghi o un flebile testimoniare il dolore. Nes-sun ruolo privilegiato è ritagliato per il poeta. La sua figurazione sociale è una veste esteriore, un gioco o un’apparenza.
Nella poetica di Liliana Zinetti non esiste la possibilità di costrui-re ruoli privilegiati o dotti confini intellettuali che mettano al riparo l’io poetante. Il poeta è schiacciato verso la dimensione sensibile, concreta, percettiva e umana della sua persona, senza infingimenti o vanaglorie e senza possibilità di mascheramenti. L’ingaggio del poeta non è simbolico ma corporeo. Il gioco con la morte non è apollineo e la cruda concretezza del suo esito è testimoniata da quel “prima” in corsivo nell’ottava prosa poetica, la quale riduce al tempo stesso la parte del poeta a ruolo esteriore, finzione, pedina in scacco che non può incidere sul decorso finale del dramma:

“…posso pure attendere allegramente la morte giocare un po’ con lei, prima, e vezzeggiarla blandirla anche con le parole come fossi veramente un poeta e non una che non è mai parti-ta.” (VIII)

Siamo al grado zero della retorica sociale e letteraria. Siamo an-che a una poetica senza infingimenti e scappatoie, che spoglia l’essere-persona dei ruoli convenzionali e delle maschere protettive. Così denudata, la persona diviene, senza funzioni teatrali e storiche, testimone di un perdurante dramma che avvolge nello stesso tempo uomini e cose, e che assume una dimensione universale e inclusiva. Il dramma diviene esposizione al trauma. La storia, dimensione temporale dell’azione, evapora e il dramma si svuota di ogni contingente interprete, rimanendo null’altro sulla scena poetica se non la deformazione sensibile delle cose, della natura e dei rapporti tra le persone. In questo modo non possiamo più parlare di dramma e delle sue evoluzioni. La poesia di Liliana Zinetti da rappresentazione drammatica si fa pura indicazione del trauma. La dinamica drammatica si trasforma e lascia il primo piano alla pre-senza del trauma immutabile e del suo universale e atemporale perdurare.

Pier Mario Vello

 

Mario Rondi per  “Minime da una fine” ( Ibrida 2013)

 

Un brivido mi attraversa quando leggo queste struggenti poesie perché rivivo momenti, situazioni, pensieri che potrebbero essere seppelliti nel ciarpame dell’era post moderna, ma che nei sogni o a tratti nel sorriso della luna riaffiorano, anche se astutamente celati dal mestiere della fuga, costantemente perseguita.

Tra queste righe s’inscena la tragedia, vissuta a viso scoperto, senza mezzi termini, con un estremismo che toglie il fiato e crea l’incanto della poesia: giustamente scrive Ivan Fedeli nella sua introduzione: “è atto consapevole di una tragedia esistenziale che appartiene a tutti”.

Il testo assume la struttura di un poemetto di otto prose poetiche e quindici composizioni liriche: la prosa prende la forma di calligrammi di pensieri concatenati, che si espandono e si sovrappongono, con immagini taglienti come sciabole, per tornare all’essenziale, al respiro dell’ “anima finalmente lavata dalla sozzura”.

E’ lo specchio di un travaglio, di un distacco, di una fuga: “questo continuo andarmene e tornare alle cose”; non più un mondo rassicurante, ma il nulla “solo un’uscita per andare via sbattendo la porta alle spalle”, immagini forti, pensieri estremi, ma nello scombussolamento sopravvive “una speranza esile a cui dar sguardo e forma”.

Il dramma punta agli effetti eclatanti: “dalle pareti ridipinte unghiate affiorano”, nell’aria volano “parole acuminate” perché non finirà mai “lo spavento di aver cancellato il mare”.

Una scrittura spoglia di orpelli, che punta all’essenziale, sembrerebbe a ferire, ma più semplicemente a redimersi, con un nervosismo interiore della sintassi che crea eccesso, ma magia come quello degli sciamani in trance.

Una poesia esplosiva, colma di zampilli e tagli verticali, in un vissuto che continua a riecheggiare, seppure espulso: “ …la diga che / crollò o meglio esplose lanciando detriti e fiotti non si sa se di lacrime o sangue/ o entrambi ma il crollo fu esatto e la vita scartò di lato e si pose davanti”.

Il tema della morte irrompe tragico e farsesco, come spesso nell’autentica poesia: “ non anima ma lama crudele che taglia taglia la vita” e poi “ ogni volta ogni piccola morte che attraverso perdo pezzi, lacerti di me”, ma nelle parole finali la morte è vezzeggiata e persino chiamata compagna di gioco “posso pure attendere allegramente la morte giocare un po’ con lei”.

La forza della poesia di Liliana Zinetti, che giunge al cuore e che provoca un sobbalzo al lettore sta, come dice ancora Ivan Fedeli nello “scavare nel dolore che traspira ovunque, anche dalle cose, per evocare l’umanità franta dell’essere”

La sua è una scrittura intimistica, di un lirismo puro, con un continuo interrogarsi, come a frammentare i pensieri che diventano esplosivi per l’incalzare delle immagini: improvvisi tagli, lacerazioni, negazioni creano una tensione interna alla parola che sembra imboccare sempre altre direzioni, fino a negarsi, come nel finale emblematico di “Essere cosa”: “questa non è una poesia”.

Una poesia che vuole essere estrema: “La poesia/ è sangue nel bicchiere”, ma poi è ricordo “ricordi ammucchiati/ come cataste di legna…”, è presenza dei morti, amori svaniti, parole spezzate, sussurri segreti.

C’è qualcosa di vitreo nel paesaggio, alla ricerca di un luogo: “Stilla umori grevi il salice”, c’è spesso qualcosa che incombe, la presenza di una mancanza, la fuga dalla catastrofe “Altissime le fiamme/ bruciarono gli alberi, il cielo,/ ogni ipotesi di paesaggio”.

Incombe il senso della tragedia e il pensiero della morte come amica segreta: “la chiave che gira nella toppa/ – qui e ora – e spalanca/ il cielo e il sapere la morte”.

Nella delicatezza della costruzione di un vissuto interiore si librano versi

feroci, immagini apocalittiche: “…unghie/ lunghe come le perdite” oppure “…grida di gabbiani/ a pelo d’acqua feroci”, mentre quelli che se ne sono andati “tornano con le bocche murate”, ma in questo scombussolamento, nell’annientamento totale la poesia cerca “Un posto d’abitare, tagliato dalla luce,/ quando gli alberi si fanno carne e voce”.

E’ un continuo rovello: “…la vita/ è fuori fuoco o forse troppo a fuoco”, ma anche domandarsi “come fosse possibile un’angolazione nuova/ per pensare i giorni finiti/ non come carcasse di comete”.

Da ogni parte “pietra che macina pietra” perché “L’inganno frantumò lo specchio”, ma nella resistenza all’oltraggio e all’assalto della morte, la resistenza immaginifica della poesia non molla, anzi crea spazi di luce, scintille di sogni e trepide speranze perché “Repentina si alzò l’idra/ che mi segnò la fronte/ e mi fece guerriera”.

Nel libretto le poesie di Liliana Zinetti dialogano con le fotografie di Viviana Nicodemo.

MARIO RONDI

 

Minime da una fine di Liliana Zinetti, CFR 2013

(note a lettura di Marco Righetti)

“Invece camminiamo/Camminiamo io e te come sonnambuli. /E gli alberi son alberi, le case/sono case, le donne /che passano son donne, e tutto è quello /che è, soltanto quel che è”, scriveva Sbarbaro in Pianissimo, una delle raccolte più alte dell’intero Novecento.

Le poesie di Liliana Zinetti potrebbero partire idealmente da quel punto di arrivo della poesia-vita, tracciarne il seguito: “Ma oltre, un là senza tempo/ogni cosa posa al posto che le compete./Il surreale volo del pesce ha un senso/e respira il mare”, scrive, e il registro impiegato è un fortissimo eseguito però in sordina, poiché le grida esplodono nel dopo-incantamento, e ”Altissime le fiamme /bruciarono gli alberi, il cielo, /ogni ipotesi di paesaggio./Sfere, comignoli, rami, carcasse.”

Dunque gli alberi sbarbariani non ci sono più.

Siamo anche oltre ‘gli alberi assassini’ citati dalla Rosselli in Documento, perché qui tutto ha nuove coordinate, e gli alberi anzi “si fanno carne e voce”. E’ iniziato il dopo di ogni luogo prima conosciuto: quando l’esistenza ha bruciato i suoi sintagmi vitali, quando le parole “non salvano, non dicono che l’assenza” e il silenzio è “il bianco tra le parole”, l’unica possibilità è apprendere il registro del mondo momento dopo momento, dalla voce diretta della poetessa. Altra possibilità di conoscenza non c’è: Minime da una fine è un luogo altro, in cui solo alla poesia è possibile tracciare strade,fare collegamenti, denunciare avvistamenti improvvisi, ipotesi di significati: “Avremo scritto perché splendano le notti / e per giorni che nascono finiti, per il nulla / dopo le parole. / Rondini ai nidi dei versi, tenteremo il ritorno / dentro un cielo bianchissimo”.

Il dopo investe anche il tempo, tant’è vero che una delle frantumazioni-ricomposizioni inizia con “Oggi, nel 13mo mese dell’anno/hanno squillato tutti gli orologi,/freccette sonore di tanti / qui e ora. Dita del tempo, unghie/ lunghe come le perdite /pontili sul mare scuro, gridi di gabbiani / a pelo d’acqua feroci.”

Otto liriche in forma di prosa e altre quindici ritmate verticalmente. Le prime, dei lunghi respiri in cerca di una forma biologicamente possibile nell’atmosfera satura che li ha generati, in attesa di un assetto esistenziale, di una partenza dopo che tutto è stato detto e fatto: “Non indietreggio non cado vado con il nulla alle spalle: pronta per le stelle”, “ogni volta ogni piccola morte che attraverso perdo pezzi, lacerti di me. Dove finiscono? Deve esserci un luogo dove vanno a finire…” Parte essenziale di questo viaggio (poiché di viaggio si tratta: “come fossi veramente un poeta e non una che non è mai partita”) edi questo avvicinamento alle cose è la smentita puntuale di ogni certezza: “Un raggio lunare nell’azzurro d’aprile un’inquietudine sottile (non vento, brandelli) abita il giorno eppure il sole è sui tetti e l’ombra è andata col suo nero”, lo scambio fra presente e futuro: “Per altri fiorirà il giardino. Chiudo la porta per l’ultima volta – non ripeterò più questo gesto – sarà un altro come l’azzurro di oggi non sarà quello di domani svaniranno le impronte – non saremo stati.”

Le seconde, dei frammenti che ossimoricamente ricostruiscono le conoscenze del dopo-morte-in-vita, per dire il dolore e quello che c’è oltre. Domande, “Ti chiederai a che è servito / aver guardato tanto, scritto poesie”, dialoghi fulminanti “-Nasco per morire dopo pochi versi, questa / la misura. La risposta esiste. Ma tu, tu /non sai porre la domanda. La tua finitudine / ti condanna. Accendi il lume e prega, la notte / è buia e le stelle una rovina…”, accostamenti balenanti come “la poesia è sangue nel bicchiere” fissano la loro violenza e valenza nella forza scarna, meravigliosamente dirompente della parola scritta.

La punteggiatura minima e l’essenzialità del dettato sono consustanziali alla nascita spiazzante delle immagini poetiche, ne accelerano il fissarsi sulla carta e negli occhi. Non solo: è una poesia questa che, recitata, aggiunge uno spessore ‘fisico’ al suono, e va a depositare i fonemi nel punto giusto dell’esistenza, cioè in quelle lacerazioni fra la mente e il cuore in cui c’è ancora spazio per germinazioni insospettabili e dove tutto è sovranamente bello, anche il tragico, perché letterariamente vero, sorgivo, non contaminato da precedenti intuizioni, esperienze, legami mnemonici fra significante e significato. Qui il percorso è sempre vergine, Minime da una fine ci consegna una poesia che a ogni lettura continua ad avvenire per la prima volta, una creazione di senso che si dà verso dopo verso: è poesia pura, come ben raramente oggi ci è dato leggere.

Rinvii consapevoli e inconsci all’alta lirica del ‘900 (non solo alla Szymborska e a De Angelis espressamente citati) scorrono in profondità, ma sono immediatamente superati dalla perentorietà del dettato lirico, humus che fermenta e matura il suo frutto amaro e lucente, imprendibile – perché vivo di una luce che è tutta della sua autrice – e nello stesso tempo irrinunciabile, per lei e per noi che la ascoltiamo. Non c’è altro modo per raggiungere i nuovi ‘fondali’ di un’esistenza mutata, il “giorno in cui tutto torna al principio, un giorno in cui tutto specchia la sua fine”.Poesie che, per virtù propria felicemente creativa, parafrasando l’Ungaretti de Il Dolore, liberano dalla morte le cose morte e sorreggono noi vivi.

Non si può poi tacere un altro dono del libro, la potente sequenza di fotografie di Viviana Nicodemo, che nel chiaroscuro di soluzioni pittoriche contaminano la pagina di ulteriori aperture; rimandi da un territorio che appartiene agli inferi della vita, e che schiude immagini da sciogliere nella pupilla dell’osservatore fino a spogliarla di tutto, sì da far spazio – il nuovo ambiente creato dallo scatto – a una interiorità che è ritratta dall’esterno e s’ingarbuglia di movimenti, liberazioni, inquadrature perentorie, tenacemente sottratte alla pietà e affidate alla forza dell’occhio meccanico che ce le impone.

Marco Righetti

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SOLCO FATTI ALA. ALTA SULLE MACERIE.