Luigi Di Ruscio

 

 

 

 

 

 

 

 

(Fermo, 27 gennaio 1930 – Oslo, 23 febbraio 2011)

Iniziò con la lettura di Le mitologie di Mary, Lietocolle, 2004
la scoperta di un grande poeta come Luigi Di Ruscio. Scoperta tardiva,
ma da quel  momento iniziò tra Luigi e la sottoscritta una corrispondenza,
non priva di qualche piccolo scontro dato il carattere di entrambi, che ricordo
con nostalgia. Volle che scrivessi due righe sulle Mitologie di Mary e insistette
presso l’editore perché fossero pubblicate, pur essendo solamente una nota di
lettura. E scrisse un augurio in occasione della nascita delle mie nipotine.
Ricordo che quando ricevette il libretto con le dediche e le poesie
donate da vari autori alle piccole, si rammaricò di non aver scritto
qualcosa di più significativo.
Lo ricordo oggi, dopo un anno dalla sua scomparsa, con immutato affetto.

Liliana Zinetti

Blumy, Nuvola


I. Nuvola

e ancora sento che non c’è direzione
nemmeno un seme che il pugno getta nel terreno
ha l’incertezza l’imbroglio del non saper dove andare
cadere sì, cadere inutilmente, senza un progetto
a lungo termine, qualcosa di chiaro, illuminato.
non è così, io lo so che son caduta embrione
e poi bambinastella con le braccine tonde
e già grumi di pianto dentro agli occhi
e nostalgia del tempo che non era ancora
tempo, ma una favola nuova, una nuvola in testa
e poi dentro la pancia di mia madre
e poi e poi bisognava cacciarla via,
farla scoppiare prima che fosse pioggia e temporale,
quella nuvola che poi sono diventata
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E così nella luce

E così nella luce
bagnata da una pioggia insistente
lui torna  e attende
attende di rinascere, la barba
ruvida sul viso di una bambina

 

ora che  rombando si alza l’asfalto
ora che la notte  scioglie i capelli.

 

Ha tra le mani  fiori di campo con
i colori spenti che sono diventati.

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Arnold De Vos, Argilla e peccato, CFR Edizioni, 2012

L’autore guarda senza infingimenti e con intelligenza i fatti della vita
e li trascrive in poesia con la sicurezza di chi in essa crede
come in una strada da seguire perché illumini di nuova luce quel poco
che è dato all’uomo o, come dice il nostro, come a quell’eterno che torna
sui suoi passi. Il poeta pare non avere altro luogo da abitare che la poesia,
o meglio, il momento della poesia, alimentato dalla presenza dell’essere
amato: La magnificenza del tuo corpo / dà potere immaginifico alla mia poesia.
L. Zinetti 

 

L’éternel retour

L’eterno è un ragazzino che gioca
(Eraclito, frammento 52)

La poesia è l’eco
che volge la parola in ascolto.
Lontana da tutto, ritornello diafano
stuzzica per la velocità della ricaduta
il suono delle cose, e le fa vibrare e danzare
nella grotta a orecchio
attigua alla cascata della lingua.
Poesia è coesione di vicino e lontano,
l’eterno che torna sui suoi passi
e riprende a giocare con noi.

Notte sul monte Calvo

Nato di donna,
sei morto uomo
e ti sei mostrato più grande del Padre, figlio.
L’hai invocato dalla croce,
da golgota a Golgota penso:
non so se abbia sofferto o goduto
nel vedersi impiccolito da Te
che gli chiedevi aiuto. Un Dio
stoico s’è dimostrato.
A posteriori ti ha fatto male il giubilo
dell’assunzione in cielo.
In fatto di redenzione qui è la solita stalla.
È ora che la stella ricompaia.


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Franca Mancinelli – L’azzurro torna

Franca Mancinelli

…Franca riesce a sfumare la complessità delle vicende nei suoi versi che si snodano
e annodano con  ritorni  di fiamma, e con sentori brucianti, vene bruciate. Si sente
quando un poeta non esita a osare qualcosa di più che giorni tutti uguali, quasi
accidentalmente tradotti sulla pagina.
  Elio Grasso
 
cucchiaio nel sonno, il corpo
raccoglie la notte. Si alzano sciami
sepolti nel petto, stendono ali.
Quanti animali migrano in noi
passandoci il cuore, sostando
nella piega dell’anca, sul ramo
di una costola; quanti
vorrebbero non essere noi,
non restare impigliati tra i nostri
contorni di umani.

 

***
lasci la pelle sul lenzuolo
come una biscia al cambio di stagione
e un sacchetto di semi
per il deserto che sta arrivando
oltre le reti, le dighe
colme senza rimedio.
Dovrai seppellirti
tornare calda radice.

 

***

 

padre e madre caduti
frutti che non potevano
marcirmi attaccati
mentre nudo imparavo
a reggere il cielo
come un uccello sul dorso, lasciando
campi e case affondare.
L’azzurro torna
a coprire la terra. Trattengo
nel becco il ricordo,
il seme che sono stati.

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Pierluigi Cappello

Chi cerca la luna è chiamato al rischio di cercarla … chi la cerca è esposto alla crisi e chi è in crisi, spesso, vede molto più in là di chi non lo è … io so che chi cerca la luna è il Chisciotte sbalzato dal ronzino a mordere la polvere, so che chi la cerca, deriso, ci porge sul palmo la parte soleggiata di noi stessi.

Pierluigi Cappello

Qualcuno entrò nell’inverno

 

Qualcuno entrò nell’inverno

e non ne poté uscire, uno

attraversando il ponte dell’alba

cadde oltre i colori, chi si spezzò

visse la vita di altri, uno ininterrottamente

pianse alla luce della luna. Qualcuno

pronunciò una parola che cancellò l’inverno,

chi sentì il dolore delle cose

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dell’amore

Amatevi l’un l’altro, ma non fatene una prigione d’amore. Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime. Riempitevi l’un l’altro le coppe, ma non bevete da un’unica coppa. Datevi sostentamento reciproco, ma non mangiate dello stesso pane. Cantate e danzate insieme e state allegri, ma ognuno di voi sia solo. Come sole sono le corde del liuto, benché vibrino di musica uguale. Donatevi il cuore, ma l’uno non sia di rifugio all’altro.  Poiché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori. E siate uniti, ma non troppo vicini. Le colonne del tempio si ergono distanti, e la quercia e il cipresso non crescono l’una all’ombra dell’altro.

Gibran


					

alla vita, nonostante

alla neve, al natale, a chi è solo, a chi non è solo, a quelli che le cose gli scivolano addosso, a quelli inadatti, a quelli integrati e integralisti, ai bambini, alla razza cosiddetta “umana”, a chi non sa, a chi troppo sa, a un dolore e a un’infanzia, ai poveri e ai poveri di spirito, a una stellata, a un padre.

alla vita, nonostante.

bimbo