Non ti perdono la morte

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NON TI PERDONO LA MORTE

In quale varco il soprassalto, la scissione,
il volto nel buio che si volge
al luogo ultimo, si cancella.
Nuvole attorte come funi
sciolte in una neve bianchissima
– un respiro di alberi dove
è fermo il respiro, l’ora
spenta nel sangue, cielo
d’ erba e pietra.

E tu nel marzo, il basco nero
calato sulla fronte, le mani
sporche di terra, brusco e impaziente:
è tempo di seminare, si fa tardi

Non è più tempo, padre, è tardi, tardi
per ogni cosa. Solo il freddo,
gli occhi ghiacciati sotto la neve,
il passo che non torna.

***

Tutto il poco da perdonare
ho perdonato: la tua fragilità,
i silenzi, lunghi, i tuoi saluti frettolosi.
Non so perdonarmi, così
fu anche il mio modo di amarti,
tutto il poco che ti ho dato.

Non ti perdono la morte
lo schizzo del tuo sangue
dall’ago della flebo sulle mie mani
(nostro, era nostro quel sangue)
i giorni a masticare la terra.

***

Non so parlare se non di te,
di te che ora non vivi che in un verso straziato
ed è il lamento dell’airone morente
e del vento sulla pietra, è la vita
che chiama la morte
a una risposta impossibile.

“Francesco!” uno strappo il tuo nome
pronunciato nel silenzio,
quel suono soffocato
e l’ultimo tuo movimento

forse per te la voce di tua madre
che per mano ti prese e portò via
– dove non sa raggiungerti
l’insonnia delle mie parole.

***

Venivano voci e tramestio di stoviglie
nel silenzio della stanza…
forse per questo non la sentisti venire.
Ne percepivo l’ala nera
nello sforzo immane del tuo respiro,
si intrecciava alle mie dita
sfiorandoti la fronte sudata.
Era nei tuoi occhi, sul viso
stravolto dal dolore.

E’ l’agonia, stategli accanto”.
Nove figli raccolsero la tua lacrima.

Quella lacrima è in me viva reliquia.

L’aria, fuori, era lucido granito azzurro
graffiato da un volo nero di merli.

***

Parlarti ora, che non mi senti,
ora che i tuoi passi
non attraversano i miei giorni
di rose nere di gelo

mentre irride primavera sfrontata
in fioriture infocate e intensi cieli,
scintilla sul verde nuovo
impudica e crudele
come se il mondo nascesse ora
come se fosse eterno inizio
e non immanente al rigoglio delle fronde
il grido nudo dei rami
il volo breve delle foglie.

Tu dormi e non sa svegliarti
l’insonnia delle mie parole.
Ci separa l’arco azzurro del cielo
un brusio di stelle ghiacciate.

Oh dormi, dormi
ogni mia lacrima è carezza
sulla tua fronte serena.

***

Tu non dovevi andare così
senza una parola, un ultimo sguardo.
Tra noi le parole
erano farfalle con ali troppo lievi,
ma nel tuo sguardo sapevo riconoscermi
nei tuoi occhi mi scoprivo innocente.
Tu non dovevi andartene
lasciando quest’assenza vorace,
a frugarmi le mani d’osso della notte.
Sto sull’orlo dell’azzurro
da cui ti ho visto partire
aspettando che ritorni
– il basco nero calato sulla fronte
le mani sporche di terra
brusco e impaziente:
…è tempo di seminare, si fa tardi”.

È tardi anche per le parole
padre, gli inutili fiori
che porto alla tua tomba.

***

Come torna il silenzio
nella giornata che si fa lunga
meno avara di luce
nelle prime fioriture di primavera
ai fossi erbosi, alle prode

come noi in un giorno che finiva
marzo nel silenzio della stanza
a stringerci le mani
per non lasciarle cadere
dentro un sonno enorme

dentro quel nulla dove franava
il tempo, primavera, il sole.

***

Nell’aria inquieti uccelli
tracciano i righi
di un pentagramma senza note.
Tu dove sei? Non so pensarti senza sguardo.
Ti cerco in un tempo che più non ti appartiene
era il tuo sonno sul tavolo della cucina
era la tazza del latte e la musica
erano i mattoni e il sudore e la fatica,
la saggezza che si china semplice sulla terra
per trarne frutti e si nutre e cresce

e non mi hai insegnato carezze e baci
ma che la vita è dono immeritato e grande

poi quell’ombra nera negli occhi
tu che eri il mio sguardo felice.

E ora inutile dici questa pena
lo dici con un silenzio enorme
dove irrompe
un cielo di marzo allucinato.